A tu per tu con… Niccolò Zancan

niccolò zancanNella letteratura spesso la forza di cui si scrive appartiene alle madri. In Ti mando un bacio, meraviglioso romanzo di Niccolò Zancan appena pubblicato da Sperling&Kupfer, i protagonisti sono i padri che lottano per se stessi e per non perdere i loro figli. Ne abbiamo parlato con l’autore in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Come ti è venuta l’idea di questo romanzo? Perché hai deciso di parlare dei padri e dei figli?

Mi piace parlare di cose che mi sono vicine e il tema della paternità è uno dei più importanti della mia vita. Massimo Gramellini dice sempre che io sono abituato a guardare lontano, ma la vita in realtà è come un compasso e sta tutto nel circolo che tu tracci. Ho pensato veramente di scrivere un romanzo quando mi hanno mandato a fare un reportage sulla crisi e mi sono trovato in uno di quei posti tipo mense della Caritas. Lì mi hanno colpito due immagini in particolare: una era quella di un quarantenne vestito in qualche modo che non sapeva nemmeno dove andare a dormire, la seconda era quella di signore anziane che mettevano da parte soldi della loro pensione per aiutare i loro figli. Inoltre c’è un’altra componente che volevo trattare, cioè quella degli amici quarantenni ‘lamentosi’, coloro che pensano che questa età segni la fase di declino della vita, quando si capisce che si avrà meno dei propri genitori. Inoltre amo molto le storie di amicizia in cui le persone partono da grossi guai e si uniscono per confrontarsi e per cercare di risolverli insieme.

Che cosa lega davvero i 4 padri di cui parli? In cosa sono vicini e in cosa lontani?

L’elemento comune più forte è di certo l’amicizia, invece come persone sono abbastanza diversi. Chris è positivo, non porta rancore e preferisce bere una birra per risolvere un problema. Gli altri sono più cupi, uno addirittura viene soprannominato ‘il nero’. Sono accomunati dal senso di frustrazione per essere arrivati lontano dai loro sogni, ma anche dall’essere quattro persone in gamba, sensibili, che sono ancora lì a giocarsela per arrivare a qualcosa di meglio. In più li lega l’amore per i loro figli. Sono uomini perdenti, nel senso che perdono i pezzi.

E’ più difficile essere padri oggi rispetto ad anni fa secondo te?ti mando un bacio

Conosco i padri di una volta e so come sono io. e i padri come me, e penso che ci sia un’enorme differenza nella confidenza che si cerca con i propri figli, le distanze si sono molto accorciate. Questo è un bene perché ci sono genitori degli anni ’50 che dicevano otto parole e poco altro ai propri bambini… penso che la mia generazione non voglia commettere questo errore e che voglia colmare quel gap che si era creato con i propri genitori. Ora i ruoli sono cambiati, questo però non vuol dire che il padre debba essere amico del proprio figlio, io sono completamente contrario a questa teoria. Il padre deve essere padre. Ciò non implica che non si possa manifestare amore ai propri figli.

Con Ti mando un bacio, a mio avviso, sei riuscito a sdoganare l’umanità dei padri. Oltre alle azioni che compiono, sono presenti alcune lettere di una sensibilità e tenerezza estreme. Sono così i padri di oggi?

Non tutti. Il libro non rappresenta un’onda. Questi quattro sono schiantati, ma dolci e molto veri. E volevo che passasse questo.

Tu sei un inviato de La Stampa, sarai entrato in contatto con molte realtà dure per il tuo lavoro. Riesci ancora a stupirti?

La frase più tipica dei calciatori è: fino a quando mi diverto continuerò a giocare. Io dico: fino a quando riuscirò a stupirmi vuol dire che potrò andare avanti nel mio mestiere, altrimenti significherà che è giunto il momento di fermarsi. La mia idea è che molto spesso sia opportuno vedere cose diverse da quelle che facciamo, non stare sempre fermi nella propria routine e nelle proprie convinzioni. Più cose vedi, meglio scrivi. Fondamentale è aprirsi e non fermarsi sul proprio punto di vista.

Quale messaggio ti auguri percepisca il lettore una volta terminato il tuo romanzo?

Non credo che il compito di uno scrittore sia mandare messaggi, vorrei però che arrivasse la mia idea ai lettori: questi quattro padri un po’ scapestrati, in qualche modo, nell’amicizia, riescono a trovare la strada per uscire dai loro problemi. Ciò non significa lieto fine, ma riscatto. Spero che si accenda quella luce per cui si capisca che spostarsi dal pozzo nero quando ci si cade è possibile. In questo senso l’amicizia è importante in questa storia.

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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