A tu per tu con … Maria Giovanna Luini

Titolo: La luce che brilla sui tetti
Casa Editrice: TEA Libri
Pagine: 271

In occasione della pubblicazione del suo nuovo romanzo “La luce che brilla sui tetti” abbiamo avuto il grande piacere di incontrare la scrittrice e medico MariaGiovanna Luini per un’intervista ricca di messaggi importanti e di spunti interessanti.

Lucilla, la protagonista, incarna una precisa filosofia della medicina con tutti i valori che ne conseguono. Lei che cosa ha amato di più del suo personaggio e cosa invece di meno?

E’ difficile dire cosa amo perché provo molto amore per tutti loro ma a volte mi capita anche di odiarli un po’.
Di Lucilla amo la genuinità e l’innocenza perché anche quando crede di essere furba non lo è mai moltissimo. E’ molto ingenua e forse mi rispecchio in questo sua ingenuità. E’ una donna che si espone a rischi. Amo anche la sua voglia di amare e di perdonare a ogni costo perché così vive meglio. Amo il suo essere fondamentalmente un controsenso assoluto, professionalmente e nelle scelte sentimentali.
Non amo parte della sua indecisione, il suo essere a volte indeterminata e ambigua nella sua vita professionale mettendo insieme molti approcci perché spesso non sa cosa decidere. Là dove vuole perdonare non sono sicurissima che lo faccia per genuina voglia di fare e non invece perché si sente schiacciata dalla vita.

Lucilla ha un rapporto molto empatico con i pazienti. Lei pensa che questo sia importante nella medicina di oggi e quanto è praticato effettivamente?

Secondo me è fondamentale. Va però distinto il medico dal chirurgo.
Il chirurgo ha la necessità di gestire situazioni di emergenza con una grande freddezza. Ciò però non vuol dire non avere empatia, ma significa avere la capacità di mantenere i nervi saldi là dove una situazione si fa drammatica e richiede tecnica e freddezza.
Il medico, non chirurgo, dovrebbe avere invece molta empatia perché il suo rapporto col paziente è spesso basato su una reciproca fiducia. Non sto dicendo che il chirurgo non deve essere empatico, spesso lo è, ma ha ovviamente anche l’esigenza di un maggiore distacco.
In ogni professione di assistenza l’empatia è necessaria perché si deve capire come sta il proprio paziente. Se io non capisco cosa stia davvero provando la mia opera con lui o con lei sarà solo parziale. Devo sempre pensare che potrei essere al suo posto, e devo pensare a cosa voglio ricevere. Detto questo non c’è una formula assoluta. Ci sono molti medici empatici ma esistono anche pazienti che con loro non sono a loro agio e preferiscono invece un rapporto più distaccato con cui si sentono più al sicuro. Non esiste la figura del medico perfetta che funzioni sempre.

L’altro protagonista è Andrea, che è molto diverso da Lucilla. Il loro rapporto potrebbe ricordare quello del medico e paziente?

E’ possibile, in fondo le relazioni sentimentali hanno sempre dentro una reciproca cura. Noi ci innamoriamo spesso per curare qualcosa in noi, e poi ci troviamo a curare qualcosa nell’altro. Secondo me funziona quasi sempre così. Questo non è lo scopo dell’innamorarsi ma spesso succede.

Il paziente ha sempre bisogno di ricevere speranza dal suo medico, ma quanto è difficile questo in situazioni spesso drammatiche? Come fa la figura del medico a mantenere viva la speranza?

Nel caso di Lucilla lei ha alcuni doni che le hanno detto che la vita fisica non finisce con la morte. E’ un medico con una preparazione scientifica piuttosto solida che però, per una serie di ragioni, sa che esiste un al di là, che esiste un’anima e che si va oltre la vita fisica. Questo la aiuta a dare speranza.
In assenza di tale visione la speranza è ciò che alimenta anche la risposta alle terapie, è ciò che tutti vorremmo ricevere. Anche nella situazione più drammatica dare speranza significa dare energia. Se noi togliamo questa a una persona malata quella persona a un’alta probabilità di non guarire o di morire più in fretta.
Qualunque cosa pensi il medico in quel momento, dare speranza nel breve, nel medio e nel lungo periodo dare speranza significa dare il sorriso per funzionare. In qualsiasi contesto anche di non malattia se noi non abbiamo speranza abbiamo meno energia.
Da scrittori questo lo sappiamo benissimo. Quando ho iniziato a scrivere per pubblicare in molti mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta, che non avevo speranza. Non ho mai permesso a nessuno di darmi questa informazione in modo che mi entrasse. Non possiamo permettere a nessuno di toglierci la speranza.

Qual è il significato della luce del titolo del suo ultimo romanzo?

Quello di oggi è un periodo molto depressivo e nel romanzo ho voluto mettere la luce. E’ completamente inutile sottolineare quello che non va. E’ inutile da parte mia proporre storie, persone e ricordi neri privi di luce. Lo stato generale depressivo non può portare altro che a un ulteriore scadimento della società. C’è bisogno che più persone si mettano insieme e magari sognando un po’ decidano di dare luce. In ogni contesto in cui mi trovo io ho deciso di dare luce, e questo non significa non vedere quello che non va, io lavoro con persone che hanno tumore, ma sono persone e non la loro malattia.
Noi adulti abbiamo una responsabilità cruciale nei confronti dei giovani. Chiunque dia loro solo messaggi depressivi è colpevole. Il sogno esiste perché si realizza. Io ho realizzato i miei sogni e voglio che i giovani sappiano che si può fare anche se succede in mezzo a mille delusioni. Non dico che sia facile, ma la tenacia viene fuori se ci credi, se vedi la luce. Una cosa che muove la mia vita è la certezza che quando dai ricevi. Donare gratis ti porta un mondo di ricchezza, e questo se fatto a chi è in difficoltà dovrebbe essere un dovere.

Il romanzo pur essendo una narrazione risulta alla lettura molto vero. Quanto c’è di autobiografico?

C’è un personaggio che è Sauro De Santis dichiaratamente tratto da un mio amico che è Mario Sideri cui il romanzo è principalmente dedicato e che è la luce che brilla su tetti. Il personaggio di Sauro De Santis arriva da Mario Sideri in tutte le sue caratteristiche psicologiche e di comportamento, ed è autobiografico anche il rapporto che c’è con Lucilla. Alcune note autobiografiche ci sono ovviamente nella parte medica e poi ho messo anche alcune criticità lavorative che rappresentano un ritratto quotidiano di quello che succede nel bene e nel male. C’è una mia paziente che volontariamente in due dei mie romanzi e in questo è Michela. Le storie poi sono assolutamente inventate. Le questioni lavorative più che autobiografiche sono un realistico ritratto di quello che accade negli ospedali.

Lucilla che messaggio darebbe alle donne visto che si occupa di senologia?

Essere consapevoli ma non lasciarsi ossessionare da nevrosi. Lucilla è medico e quindi crede anche nella medicina tradizionale e la usa. Però su tutto mette la serenità. E Lucilla direbbe di essere consapevoli di quello che si è, essere cioè consapevoli della grande bellezza che ognuno di noi è a prescindere dall’aspetto fisico o dai talenti che si hanno. Infine direbbe di prendersi cura di noi senza diventare ossessivi.

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Margot Masci è originaria di Assisi, 21 anni, studentessa di Linguaggi dei Media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Gli Amanti dei Libri permette di esprimere la mia passione per la lettura, stando al centro delle novità editoriali.

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