A tu per tu con… Margherita Oggero

oggeroMargherita Oggero nasce a Torino dove lavora come insegnante di Lettere e dove vive a tutt’oggi. Nel 2002 pubblica il suo primo romanzo, La collega tatuata, con Mondadori e l’anno successivo esce Una piccola bestia ferita, che ispira la serie televisiva “Provaci ancora, prof!” con Veronica Pivetti. La professoressa investigatrice Camilla Baudino è anche la protagonista dei romanzi L’amica americana, del 2005, e Qualcosa da tenere per sé, del 2007. Con Mondadori pubblica anche Risveglio a Parigi nel 2009, L’ora di pietra nel 2011 e Un colpo all’altezza del cuore nel 2012. Il suo ultimo lavoro è La ragazza di fronte, romanzo che intreccia sguardi e vite di due ragazzi Torinesi, lei per nascita, lui per immigrazione

I due protagonisti del romanzo sono Marta e Michele. Ma, accanto a loro, pare comparirne un altro, altrettanto importante: Torino. Possiamo dire che la città sia a sua volta protagonista del romanzo?

Sì, Torino accompagna i protagonisti perché ho cercato, senza eccedere, di raccontarne la storia degli ultimi 40 anni, anche partendo quando Marta e Michele ancora non erano nati. Questa città ha iniziato a cambiare assorbendo tutta l’immigrazione meridionale, con conflittualtà accese che hanno poi finito per stemperarsi e scomparire; quando la città aveva iniziato a raggiungere una sua sorta di amalgama c’è stato l’inizio dell’altra immigrazione, quella straniera, più problematica perché investe persone che vengono da aree del mondo molto diverse per tradizioni e lingua. Non solo, Torino è passata da una città fabbrica a una città in cui la fabbrica non ha più ruolo centrale, nel bene e nel male: nel bene, perché si sono liberate tante energie positive; nel male, perché si sono perse tanti posti di lavoro. È una città che è cambiata molto e non ha ancora una fisionimina definita, anche se una finsionimia definita in fondo non c’è mai… Torino in particolare però è molto in fieri in questo momento.

Tra i due proagonisti c’è un gioco di sguardi: si inizia con lo sguardo di Michele a Marta che legge, da bambini, per continuare poi nel corso del romanzo. Qual è secondo lei la forza di un gioco di sguardi in una società così basata sulla provocazione, sull’esplicito?

Io credo che lo sguardo sia, insieme con la parola, uno dei modi per entrare in contatto con le persone. Quando non si riesce a guardarsi in faccia, negli occhi, non vi è contatto. Il gioco di sguardi nella seduzione è importantissimo, ha un ruolo fondamentale, al di là delle provocazioni fisiche. Per me è quanto di più accattivante e seducente vi sia.

Si riconosce in qualche modo nei protagonisti? È mai stata Marta o Michele, quella che guarda o viene guardata?

No, assolutamente. Cerco sempre di non mettere nulla di autobiografico nei miei libri, nessun ricordo o fatto personale. Sono convinta che la propria autobiografia uno se la debba difendere e tenere nascosta. Ma ho trovato sempre affascinanti i rapporti che nascono con una forte tensione, che si sviluppa per poi si sciogliersi finalmente alla fine del racconto.

Nel libro si parla di razzismo estetico: crede che abbia mietuto molte vittime, soprattutto nella Torino degli ultimi anni?

Credo mieta molte vittime in tutta Italia e anche fuori da confini nazionali. Nel senso che ormai il corpo ha assunto una centralità nei rapporti tra le persone. Ora non è che il corpo non avesse una sua importanza prima, ma pensiamo all’ossessione di adesso sulla linea e sul look. Una volta era meno sentito: chi era grasso o sgraziato lo avvertiva, ma non con la violenza e con il senso di esclusione che è presente oggi. Questa protagonista, Marta, che pure è una donna intelligente, ha una sorta di razzismo perché con le persone che non le piacciono per come vestono, o per come si muovono, ha un’antipatia istintiva.

Oltre che di parla di razzismo estetico, di snobismo, si parla anche di contrasti. Cosa spinge secondo lei un lettore ad essere meschino o ingiusto verso il suo prossimo?

Fondamentalmente l’insicurezza. Quando avvertiamo in noi mancanze e frustrazioni ci chiudiamo e riversiamo questa debolezza psicologica in modo aggressivo o respingente nei confronti del prossimo. Chi invece è sicuro di sé, senza arrivare all’arroganza, è più disponibile verso il prossimo.

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