A tu per tu con… Luis Sepulveda

Il titolo del suo nuovo libro è “un’idea di felicità”, una felicità intesa in modo “diverso dalla prevaricazione dell’altro” ma anche dal “messaggio di una sinistra che ragiona in modo a volte non troppo diverso dalla religione” cos’è allora il diritto alla felicità?

Il diritto a un’esistenza piena, un’esistenza giusta, in un mondo giusto, in un mondo armonico, un mondo coerente, una sfida per conseguire tutto questo.

Lei cita uno slogan che i partiti in Cile hanno utilizzato dopo la fine della dittatura “arriva la alegria, cioè la felicità” ma con i governi degli anni successivi la felicità non arriva. Come si porta la felicità in politica?

Si porta aprendo ai cittadini la possibilità di arrivare a questa conquista elementare, alla società giusta, all’osservanza di tutti i diritti. Mi riferisco al caso del Cile, che aveva una grande speranza che arrivasse la alegria dopo la dittatura ma quando finalmente è arrivato il momento in realtà è stata una continuazione delle stesse politiche della dittatura ma coperta con l’apparenza civile di un governo democratico ma non è successo nessun cambiamento sociale di qualche importanza per arrivare a questa allegria. Si arriva alla felicità in politica quando i dirigenti, i governanti, i leader aprono ai cittadini, offrono ai cittadini la possibilità di arrivare alla conquista di tutta questa illimitata quantità di diritti che conformano l’idea della felicità.

Nel suo libro parla anche del mito criminale delle università che si è venuto a creare negli ultimi anni e esprime una posizione forte dicendo che questo porterà alla scomparsa di molti mestieri tradizionali

Manca un livello medio, manca quello che si chiama una possibilità di specializzazione professionale non a livello universitario tradizionale, manca il riconoscimento che la società funziona non solamente con il lavoro degli ingegneri o dei grandi specialisti, la società funziona anche con lo sforzo quotidiano sostenuto dalla gente, i piccoli lavori, questo è anche frutto di un riconoscimento sociale.

Uno dei concetti che ricorre più frequentemente nel suo libro è quello della velocità, contrapposta a un diritto alla lentezza, un tema già trattato in altri suo scritti. Mi sembra di capire che fermarsi non significhi non agire, o rimanere passivi, come è da intendere il recupero di un proprio ritmo di vita in un mondo che continua a correre?

Abbiamo bisogno di conquistare il diritto di dire “io decido il mio ritmo di vita” io decido se continuo ad andare avanti o se continuo con un ritmo mio particolare, personale, decido se mi fermo, decido anche se vado indietro, la pressione sociale o la pressione culturale del sistema non può obbligarmi ad andare sempre avanti, sempre avanti ad una velocità vertiginosa, io credo che si debba recuperare il senso della libertà di decidere il proprio ritmo di vita, il tuo ritmo particolare di vita.

Questo tema lo si trova anche nella “favola di una lumaca che scoprì la lentezza”, la sua prima favola è invece la famosa “storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Mi ha colpito che nel suo libro lo definisce “il libro più sovversivo che abbia mai scritto” può spiegare questo concetto?

È un libro sovversivo perché è un libro che parla di valori, ci sono tanti valori.. oggi solamente nominare la parola solidarietà diventa un’azione sovversiva, solamente nominare il concetto che significa il riconoscimento dell’altro, di chi è diverso, non comune nemico, semplicemente che è diverso, un altro che è diverso da me ha gli stessi miei diritti, ha le mie stesse possibilità di vita, questo è diventato sovversivissimo. Io volevo creare questa favola per procurare un libro con particolari valori per i miei lettori, in particolare per i piccoli lettori, valori in cui io credo, che sono parte dell’umanità, senza questi valori l’umanità ha perso il senso di esistere.

Nel suo libro, in realtà in molti suoi libri, sono descritti incontri fatti nel corso della sua vita, in particolare mi ha colpito il racconto del periodo trascorso in amazzonia in cui racconta i suoi ricordi sui momenti di comunicazione durante il pasto serale e cita l’importanza dell’immaginazione e della condivisione della propria storia, ma allora quel’è il ruolo del racconto e quindi della letteratura e dell’immaginazione in un mondo che “è semplice somma di notizie ma che non fa davvero informazione.”

Prima si deve fare una distinzione, un limite tra l’immaginazione e l’informazione, l’informazione deve essere sempre verace, l’informazione deve dipendere dalla verità, l’immaginazione invece è il più meraviglioso meccanismo della mentre umana, l’immaginazione è determinata dalla memoria, che è sempre selettiva. E’ molto curioso che la memoria umana sia sempre un meccanismo che salva, perché nel momento del ricordo la memoria decide sempre per il ricordo buono, lascia quello cattivo, che anche se poi arriva è sempre più forte quello positivo, che è ciò che ci salva, e immaginazione si nutre di queste memorie buone, che devono rubare una forma di ricordo per il futuro, questo è l’immaginazione, anticipare un po’..

E’ molto interessante questo tema della condivisione, dell’incontro con gli altri, inteso come un’esperienza che davvero può arricchire, e nei suoi libri infatti si ritrovano spesso storie incredibili di persone che lei ha incontrato,ma qual è il valore di queste storie? C’è veramente una sorta di desiderio universale di raccontare e condividere?

Si, nella mia vita, andando per il mondo, ho avuto la fortuna di guardare con attenzione e ho trovato gente diversa, diversissima da me, che mi ha insegnato tante cose, che mi ha permesso di confrontare la mia stessa vita, la mia esistenza, mi ha dato la possibilità di sorprendermi io stesso della mia vita nel confronto con la vita degni altri. Questo incontrarmi con gente diversa, poter trovare e comunicare con qualcuno di una diversa cultura, di una diversa forma di vita, diversa immaginazione anche, mi ha confermato la mia vita.

Quindi il racconto e il confronto è qualcosa che appartiene a ogni cultura e ogni tempo?un'idea di felicità

Si, sempre. Perché il confronto con chi è diverso è sempre qualcosa che aiuta a capire ciò che si conosce solamente in teoria: la diversità. Capire che la diversità è reale, esiste, e che è possibile ed è buona, e che questa diversità ti fa ricco, ti fa ricchissimo.

Il suo libro cita anche spesso il tema del cibo, il cibo come nutrimento, la passione, la cerimonia fino alla salvezza che talvolta arriva attraverso il cibo, e il cibo sarà il tema dell’ expo del 2015 che si terrà proprio a Milano, ma crede che questa visione del nutrimento sarà rispettata o si sta insistendo su una spettacolarizzazione di questo elemento? Secondo lei ci sarà posto per una gastronomia della felicità come la definisce Carlo Petrini?

Io aspetto che la teoria della gastronomia della felicità si trasformi in qualcosa di reale, al momento è molto difficile ma credo che si possa parlare di una teoria elementare giusta, sostentata nel rispetto della tradizione alimentare di diverse parti del mondo che sono diverse da noi, dal mondo occidentale o dal nord, e soprattutto nel riconoscimento degli sforzi dei piccoli produttori nel muovere la società perché stabilisca un prezzo giusto per la produzione buona, sana, credo che bisogna parlare di una democratizzazione della cultura del mangiare, non deve essere solo per un’élite ma, nel buon senso della parola, “massificata”, universalizzata.

E pensa che noi stiamo andando in questa direzione?

Voglio sognare che stiamo andando in questa direzione, io credo che siamo nel cammino per cominciare ad andare in questa direzione.

A poco dalla sua morte è quasi impossibile non parlare del grande maestro della letteratura Gabriel Garcia Marquez, che influenza hanno avuto i suoi scritti su di lei?

Un’influenza indiretta però enorme, io mi ricordo per esempio quando ho letto per la prima volta Cent’anni di solitudine, di Garcia Marquez, per me è stata credo la stessa rivoluzione interiore che ha significato per Garcia Marquez quando il grande scrittore ha letto per la prima volta il Processo di Kafka. Quando Garcia Marquez ha letto Kafka ha pensato “guarda, è possibile raccontare tutto, è possibile scrivere tutto, è possibile violentare le regole”. Quando io ho letto Garcia Marquez ho sentito lo stesso: è possibile raccontare tutto da un punto di vista diverso, è possibile fare una mescolanza straordinaria con la magia e il sogno è possibile fare veramente una festa e certamente questo è sempre presente in me, sempre.

Lei ha ricevuto il premio Chiara alla carriera, per aver “saputo trasmette coraggio, impegno civile, originalità letteraria nei suoi racconti e nei suoi romanzi, opere capaci di far viaggiare e sognare i lettori di tutto il mondo” è questo l’obbiettivo che lei persegue quando scrive?”

No, non è un obiettivo, se il risultato finale è stato questo sono molto contento. L’obiettivo è semplicemente raccontare una buona storia e farlo bene,quando mi siedo a scrivere e sento che sto scrivendo una storia veramente la meta è ben raccontare una storia buona, volerla scrivere bene, e punto. Mi basta come obiettivo finale, quando sento che è una bella storia e ben raccontata mi sento già con il lavoro completo, il resto lo dirà la gente.

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