A tu per tu con… Louis Sachar

Louis Sachar è uno dei massimi autori americani per ragazzi. Nel 1998 ha vinto la Newbery Medal, il più prestigioso premio americano di scrittura per ragazzi, con il libro Buchi nel deserto, che ha venduto oltre 8 milioni di copie nel mondo e dal quale è stato tratto un film Disney. Buchi nel deserto (vincitore in Italia del Premio Andersen e del Premio Cento) è pubblicato da Il Battello a Vapore, come tutti gli altri libri di Sachar. Louis adesso vive ad Austin, in Texas, dove scrive e spesso gioca a bridge. Al bridge è dedicata la sua ultima fatica letteraria, “Il volta carte”. A Mantova, in occasione del Festivaletteratura, l’abbiamo incontrato ed abbiamo chiacchierato con lui.

Lei è uno scrittore prevalentemente di letteratura per ragazzi, che differenze, se ve ne sono, può individuare tra la letteratura tradizionale e quella rivolta ai più piccoli?

Io penso che l’errore più grande che molte persone fanno sia, appunto, pensare che esistano differenze, io non penso ci siano differenze, cerco di scrivere ciò che mi piace e cerco di farlo nel modo migliore possibile. Naturalmente conosco il pubblico a cui mi rivolgo, per questo motivo evito temi come il sesso o la violenza (probabilmente li avrei evitati anche se avessi scritto libri per adulti). Per quanto riguarda il registro linguistico, ci sono dei miei amici che mi chiedono se ho una lista di parole da utilizzare, in realtà no, non ho nessuna lista, cerco solo di scrivere frasi brevi. Il bambino se trova una parola che non conosce ne può dedurre il significato dal contesto oppure può essere incuriosito e cercarla sul dizionario. Io a volte inserisco anche elementi di filosofia nei miei libri. Lo scopo di un libro è spingerti a pensare, credo quindi che non ci siano veri e propri limiti, voglio trasmettere messaggi e dare loro spunti di riflessione.

Lei ha cominciato a scrivere negli anni ’80-’90, ci sono differenze tra scrivere per i bambini di oggi e quelli di ieri?

Credo che in loro non esistano vere e proprie differenze, a cambiare è stato il mondo intorno a loro. I ragazzi sono gli stessi, fanno i dispetti alle ragazzine e loro li schifano, credo sia tutto regolare.

Alton Richards, il protagonista de “Il voltacarte”, ad un certo punto si ritrova a riflettere sulla vita. E’ difficile immedesimarsi in un adolescente e pensare alle sue riflessioni?

Per me non è difficile, tra l’altro con questa vostra domanda mi viene in mente una cosa che mi disse mio padre tempo fa: “Io mi sento come un ragazzino di 17 anni” ed io lo guardai come per dire “che castroneria stai dicendo?”. Invece ora lo capisco bene, mentre scrivevo non ho fatto alcuna fatica ad immedesimarmi in un diciassettenne, perchè io mi sentivo come lui mentre scrivevo. Diciamo che mi sento giovane dentro, anche se so di non dare la stessa idea da fuori.

Com’è nata la storia de “Il Voltacarte”? Il gioco del bridge ha un ruolo importante, come mai ha deciso di inserire questo elemento nel suo romanzo per ragazzi?

E’ semplice, è il mio passatempo preferito. Io trascorro 5 pomeriggi la settimana a giocare a bridge. Mentirei se sostenessi che il bridge è un gioco di carte che piace ai ragazzi, io sono il più giovane del mio club quindi ti lascio immaginare come sono gli altri. Questo libro è nato come una sfida che mi ha posto la mia editor. Eravamo ad una conferenza della fondazione Bill Gates e chiacchierando è emerso che proprio Bill Gates era un appassionato di bridge e che gli sarebbe piaciuto portare questo gioco nelle scuole in quanto era convinto che rappresentasse un ottimo gioco mentale. Lei, conoscendomi, ha pensato subito a me. Mi riusciva difficile però immaginare dei ragazzi che giocavano a bridge e per questo motivo ho utilizzato un escamotage. La cosa divertente è che “bridge” vuol dire anche ponte e a me piaceva l’idea dell’incontro tra generazioni, come di fatto accade nel libro.

Lei ha acquisito una grande esperienza in questi anni, che consigli darebbe ad un giovane scrittore che vuole dedicarsi alla letteratura dei più piccoli?

La prima cosa che direi ad un giovane scrittore sarebbe di non scrivere avendo in mente i bambini, ma semplicemente di raccontare ciò che lo appassiona, penso sia la sola maniera per far provare certe sensazioni agli altri attraverso quello che scrivi. L’unica cosa che sottolineerei è quella di scegliere una forma che non risulti troppo ostica ai giovani lettori. Io ho scelto il mio metodo, qualcuno fa diversamente, ognuno deve trovare ciò che è più nelle sue corde. Concludendo: Fa’ si che sia una sfida per i ragazzi, che imparino qualcosa da ciò che più ti piace!

Con questa intervista ha l’opportunità di rivolgere un messaggio ai lettori, cosa vorrebbe dire loro?

Il nome del vostro sito mi piace moltissimo, anch’io sono un amante dei libri! Non sempre riesco a trovare il libro che mi piace ma quando lo faccio credo non ci sia cosa più bella.

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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