A tu per tu con…Laetitia Colombani

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“Prima c’è la montatura, per sostenere l’insieme, dev’essere solida la struttura. […] Soprattutto occorre andare piano. […] Viene poi il turno della tessitura. È il momento che preferisco”.

Inizia così, “La Treccia” (Corbaccio), di Laetitia Colombani. Un incipit che racchiude infiniti significati, mondi, viaggi. E che introduce la trama, perché di una vera e propria trama si tratta, di un romanzo dal sapore della speranza buona.

Tre donne, tre Paesi (India, Italia, Canada), tre storie completamente districate tra loro, che affrontano la sfida di essere coraggiose. Tre destini paralleli ed intrecciati. Non si incontreranno mai, eppure i loro capitoli e capitali (non economici, ma tutti gli altri) si sovrappongono.

Abbiamo incontrato l’autrice del libro, tra i nuovi usciti del mese, che ci ha raccontato un po’ di lei e un po’ del suo romanzo.

Come sono stati scelti questi tre Paesi?

La prima ambientazione, e quindi il primo Paese, che ho scelto è stata l’India. In particolare avevo visto un documentario, poco tempo prima, sulla casta degli “intoccabili”. Mi sono sempre interessata a questo Paese, avevo già fatto dei viaggi in india e avevo già deciso che uno dei miei personaggi sarebbe stato indiano. Naturalmente mi sono documentata molto sul Paese di cui parlavo, poi sulla cultura e sulla tradizione dei capelli in generale. Da questo approfondimento sono, così, arrivata a Palermo. Anche in questo caso avevo visto un documentario, questa volta sulla tradizione della “cascatura” in Sicilia: la tradizione del territorio di conservare e trattare a mano i capelli, per farne poi delle parrucche. È a questo punto che ho scelto il secondo personaggio ed il secondo Paese. Il terzo, volevo che fosse un continente completamente diverso, che rappresentasse la società occidentale. Inizialmente avevo pensato a Parigi, che mi è molto affine ovviamente, ma era troppo vicina a Palermo. Ho quindi optato per il Canada, e per uno studio di avvocati come terza ambientazione.

Come ci si sente a presentare il libro in uno dei tre Paesi protagonisti, ricco della sua cultura, quella italiana? (Laetitia Colombani è francese e vive a Parigi, ndr)

Devo ammettere che l’ho trovato abbastanza stressante. Nel senso che avevo fatto delle ricerche sulla Sicilia, sulla cultura, sulla tradizione. Ma ovviamente non sono italiana e non sono siciliana, quindi c’è sempre la paura di dire qualcosa che non sia veritiero e che possa essere riconosciuto subito. La mia preoccupazione era quella di essere credibile.

Effettivamente due delle culture protagoniste, quella siciliana e quella indiana, sono profondamente radicate nelle loro tradizioni: credo ci sia una componente di rischio molto alta in quello che hai costruito, che potrebbe aver rappresentato un ulteriore fonte di timore.

Sicuramente sì. Questo rischio esisteva, infatti mi sono documentata moltissimo: ero già stata in Sicilia, in India, in Canada, ma accanto a questi viaggi avevo la necessità di informarmi in modo molto approfondito e quindi ho cercato di farlo nella maniera più completa possibile. Attraverso, appunto, i documentari sulla cultura indiana ho appresso delle donne che svuotano le latrine degli altri quotidianamente, e degli uomini che cacciano i ratti per liberare i campi dei padroni. Sulla cultura siciliana, invece, ho avuto modo di informarmi anche grazie ad alcuni amici che vivono a Palermo: con loro ho approfondito molto la struttura e la cultura della famiglia in Sicilia, il ruolo ed il lavoro delle donne, ma anche sulla loro condizione nell’Italia meridionale. La storia è inventata, ma ho utilizzato tutti questi elementi per costruirla. Per esempio, per la storia della Nonna mi sono ispirata alla storia reale di una donna rimasta vedova a venticinque anni, che non si è mai più sposata e che raccontava che nel giorno del suo matrimonio il marito andò a raccogliere i limoni, perché comunque si doveva lavorare. La mia preoccupazione era quella di essere sempre realistica e credibile.

All’inizio il libro non si chiamava “La Treccia” ma “Hair” (Capelli). Mi sono accorta poi che avevo effettivamente intrecciato le storie, e da qui è nato il titolo finale.

Dopo questa prima esperienza da scrittrice, pensi che continuerai questo percorso?

Sto scrivendo il secondo libro e allo stesso tempo sto anche adattando alla versione cinematografica “La Treccia” (L. Colombani è una nota sceneggiatrice del cinema, ndr). Ho anche scritto un libro per bambini, sempre basato su questo romanzo, illustrato e dedicato alla scuola che si concentra però sulla storia si Smitha e Lalita, la mamma e la bimba indiane, ed il loro viaggio in India, e che ho dedicato a mia figlia.

Si tratta sicuramente di un libro portatore di un grande messaggio: in tanti hanno già sottolineato come i capelli, veri protagonisti del romanzo, siano la rappresentazione della libertà in tutte le sue declinazioni. L’autrice è la prima artefice di quest’intento, qual è il messaggio che volevi comunicare? Lo abbiamo interpretato correttamente?

Per quanto mi riguarda, il mio messaggio, è fare omaggio al coraggio delle donne. Alle donne che mi circondano, che io conosco nella mia vita. È per questo che ho scritto questo libro e queste storie, per dare anche speranza. In qualche modo il fatto che tutte queste donne siano legate, anche se inconsapevolmente e anche se non si conosceranno mai, mi ha dato modo di fare accenno alla solidarietà femminile. La vita dell’una diventa poi mezzo di aiuto e di ispirazione per la vita dell’altra, come nel caso di Smitha che in qualche modo dà coraggio a Sarah.

A chi regaleresti “La treccia”? ad una mamma o ad una figlia? È più una dedica, o un insegnamento?

Quando incontro le mie lettrici, che sono al novanta per cento donne, quello che noto è che se lo regalano in effetti molto tra di loro. Quindi la mamma che lo regala alla figlia, la figlia alla nonna: c’è uno scambio molto forte. Una lettrice una volta ne ha comprate otto copie per regalarle a tutte le sue amiche, alla figlia, eccetera. Si crea una sorta di catena a doppio senso tra queste donne.

È molto bello e non scontato il riferimento all’intreccio, non solo metaforico, ma anche e soprattutto fisico e concreto che c’è in questo libro. Almeno una volta in tutto il romanzo le protagoniste compongono una treccia. Metafora e realtà. Due elementi cardine.

Quanto c’è della tua esperienza nel cinema nella costruzione degli scenari e della struttura del libro stesso?

La mia esperienza nel mondo del cinema mi ha aiutata molto nella costruzione dei personaggi, ma anche dei capitoli. Ho fatto uno stage con uno sceneggiatore americano sulle serie televisive americane, da cui ho imparato molto su come concludere ogni capitolo con quella tensione “click-ender” che ti porta direttamente alla voglia di scoprire il capitolo successivo. Nel caso del mio libro, poi, era molto importante terminare ogni capitolo con una certa dose di tensione, perché per scoprire e sapere cosa accade bisogna aspettare tre capitoli. Ho poi imparato molto anche a gestire il ritmo, che dev’essere incalzante; nel cinema non ci devono essere tempi morti, il tutto dev’essere molto ritmato, in questo mi ha aiutato molto la mia esperienza di sceneggiatrice. Devo però dire che nella scrittura si è più liberi. Non si è soggetti quindi a tutti i vincoli del mondo cinematografico come budgets, tempi, lunghezze, età dei personaggi, etc…

Un’ultima domanda che può essere un consiglio o una piccola curiosità per chi ama Parigi: qual è la tua libreria preferita a Parigi?

Nel quartiere in cui vivevo prima, la mia libreria preferita era una piccola libreria chiamata “La Petit Boucherie”, perché prima era una macelleria che è stata trasformata in libreria e cartoleria e potevo entrarci e semplicemente chiedere: cosa mi consigli oggi? E loro andavano, prendevano un libro e mi dicevano: questo! E ci azzeccavano subito. Ero proprio innamorata di quel posto perché lo trovavo davvero confortevole. Ma adesso vivo un po’ distante da quel quartiere e non riesco più ad andarci. Adesso vivo vicino a Les Champs Elysèes e ci sono solo grandi stores e grandi catene, perciò non riesco a trovare un punto di riferimento che possa essere una piccola libreria.

Quando vado a Parigi di solito soggiorno nel VI Arrondissment, in Saint Germain des Pres e lì ci sono due piccole librerie che mi piacciono moltissimo: una delle quali è in Rue Jacob, quest’ultima però vende solo classici in lingua e io, purtroppo, non conosco il francese, quindi mi piace anche solo entrarci, fare un giro e respirare l’aria dei libri senza acquistare niente.  

Sì, la conosco. Penso che Saint Germain des Pres sia il posto migliore dove alloggiare a Parigi in assoluto! Io stessa ho vissuto lì vicino per qualche anno e nel mio palazzo c’era un cafè che si chiamava “Les Editors”, ma non ero ancora una scrittrice! Quello era il mio cafè preferito, il mio posto preferito.

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