A tu per tu con… Jean-Christophe Rufin

E’ stata una lunga e piacevole conversazione quella con Jean-Cristophe Rufin: medico, tra i fondatori di Médécins sans frontières , ambasciatore e anche scrittore. Siamo partiti dai suoi ultimi lavori “Il cammino immortale-La strada per Santiago” edito da Ponte alle grazie e “Il collare rosso” ( Edizioni e/o) per allargare il discorso al rapporto tra le sue professioni e la letteratura.

Il desiderio di intraprendere il cammino di Santiago nasce di solito da un bisogno spirituale o comunque interiore che giunge talvolta all’improvviso oppure affonda le radici nella propria storia personale. Qual è stata la mossa che l’ha spinta a  questo viaggio?

Non c’era una ragione precisa, sono partito senza saper veramente perché e le spiegazioni le ho trovate dopo. Avevo passato i tre anni precedenti occupandomi di questioni pubbliche importanti, come ambasciatore di Francia, così quando sono tornato ho pensato che non dovevo soffrire della fine di quell’incarico, ma dovevo vedere nel cambiamento qualcosa di positivo. Ho vagliato varie possibilità e alla fine il fatto di camminare tutto il giorno l’ho considerato come un modo di avvicinarmi alla vita semplice e quotidiana.

Non faccio parte delle persone che erano affascinate sin da  giovani da questa impresa, ma ho notato che chi si interessa finisce per andarci perché il fascino che riveste, il patrimonio culturale e di tradizioni che porta con sé è tale da creare un’ attrazione irresistibile.

Accanto a questa spinta c’è anche quella a volerlo raccontare.

Non ci sono andato per fare un libro, ma per prepararne un altro L’uomo dei sogni, soprattutto per avvicinarmi al periodo del Medioevo in cui vive il  personaggio che stavo studiando, Jacques Coeur. Quando ero in viaggio vedevo i pellegrini scrivere diari e memorie tutti i giorni, ma a me non interessava: io ci sono andato per vivere il momento. Quasi un anno dopo, discutendo con un editore di Chamonix che mi voleva proporre di scrivere sulla montagna, è venuta l’idea di questo libro. Arrivava l’inverno, faceva freddo e c’era la neve così mi sono rifugiato nei sogni del mio viaggio.

Quindi non è un diario…

No, infatti. Quando fai il cammino secondo me ci sei e non ci pensi. In seguito con la memoria vedi delle cose che non hai colto sul momento. Non volevo scrivere un diario ma tentare di riassumere i differenti momenti che segue un pellegrino.

Da ciò che dice emerge come l’esperienza del corpo che fa il pellegrino è particolarmente intensa.

Si impara a vivere il corpo in una maniera differente ed è la prima fase per tutti, anche sportivi abituati a sforzi. E’ una trasformazione radicale: una cosa è fare sport e un’altra camminare tutti i giorni per  otto ore con lo zaino in spalla. Ti sorprende perché parti per pensare, per riappropriarti del tuo mondo spirituale e al contrario finisci per vivere per i tuoi piedi. Il corpo parla tanto forte che non puoi non ascoltarlo!

Qual è stato il momento di maggior felicità?

La gioia l’ho sentita quando, oltrepassate le prime fasi di difficoltà fisiche e di interessi storici e  religiosi non ho pensato più a niente. Capita così di essere cosciente della propria esistenza e aperto all’incontro con gli altri esseri umani e con i paesaggi sempre nuovi. Tutto succede senza pianificare nulla.

Invece il momento di maggior difficoltà?

Il peggio l’ho vissuto forse a Bilbao, dove ho pensato di rinunciare: dopo una settimana con dolori in ogni parte del corpo credi di avere capito il principio per cui stai faticando quindi non vale la pena continuare. Ricordo che ero entrato in un ristorante dove c’erano due francesi che erano partiti come me da… solo che lo avevano fatto la mattina stessa in auto. E’ stato sconfortante…

C’è molto interesse da parte sua per la storia. Ad esempio il suo ultimo romanzo, Il collare rosso, è ambientato durante la Prima Guerra Mondiale.

Io scrivo storie ambientate nel passato, ma non romanzi storici. Penso che la forza della letteratura sia di far vivere le vicende del passato come se fossero nel presente, per questo preferisco non indugiare in descrizioni dettagliate. Non voglio allontanare il personaggio dal lettore, che al contrario deve entrare direttamente nella storia e condividere le emozioni coi protagonisti.

La vita umana è un’enorme riserva di storie ed io mi interesso di questo, vivo con i miei personaggi. In questo caso è la storia di un cane e mentre di solito gli animali sono buoni, io ne rappresento uno ambivalente: da una parte è eroe, ma dall’altra  non può diventare umano e vedere il nemico come essere umano.

Questa riflessione nasce anche dalla sua esperienza umanitaria e diplomatica?il cammino immortale

Sì, è direttamente legata a questo, infatti ho sempre pensato che la posizione che noi operatori umanitari abbiamo nelle guerre è quella dell’umanità in genere, che non parteggia per nessuno perché tutti sono sconfitti. I combattenti invece sono dalla parte della vittoria e della sconfitta e il cane rappresenta questa sensazione di essere in un vicolo cieco: simboleggia il combattente, che è limitato in quella posizione di lotta tra due parti.

Quali sono i problemi che incontrano oggi le organizzazioni umanitarie?

Non ci sono più difficoltà a livello finanizario, ci sono molti più soldi che in passato, sia privati che  pubblici oltre che  mobilitazioni internazionali. Purtroppo però le situazioni di crisi politica e di fame sono aumentate molto e le  condizioni di azione diventano sempre più difficili. Di fatto la capacità di intervenire è bassa.

La tua professione di medico che cosa ha dato a quella di scrittore?

La medicina e la letteratura sono entrambe arti dello sguardo. Molte volte le persone non si guardano e quando raccontano i loro problemi in medicina si fa una selezione di quello che interessa tra le varie cose che racconta il paziente.

La letteratura invece si occupa di ogni dettaglio.

Che ruolo ricoprono la lettura e la scrittura nella sua vita?

Non so se per me sia più importante la lettura o la scrittura, sento però che il fatto di scrivere è una libertà totale, mentre ad esempio altri mezzi di espressione come il cinema passano attraverso una macchina talvolta complessa.

Mi viene in mente un libro “Sol en Berlin” (“Ognuno muore solo”, in Italia edito da Einaudi ndr) scritto da Hans Fallada. Si svolge nella Germania nazista e poco a poco i protagonisti si rendono conto della dittatura e della costrizione a cui sono sottoposti.  Ad un certo punto uno di loro prende una penna e comincia a scrivere su un biglietto  “Hitler mente”;   lo mostra a sua moglie e poi decidono di mettere biglietti dappertutto. Quando non c’è libertà scrivere è sempre possibile. La medicina è una professione molto impegnativa e mentre ero occupato e privato del tempo, scrivere mi ha permesso di sentirmi libero.

0

Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?