A tu per tu con… Ivan Manook

Intervistare l’autore di un romanzo è, per me, come entrare in casa sua, nella sua intimità, perché come succede quando ho l’onore di organizzare una presentazione, di dialogare con uno scrittore più o meno conosciuto, mi piace andare oltre al libro in questione, scavare un po’, non certo per fare gossip ma per leggere poi con maggiore consapevolezza le cose che detto autore ci trasmette.
Così è successo in questo incontro-intervista con Ian Manook, al secolo Patrick Manoukian, autore della già famosa trilogia del commissario Yeruldelgger, all’esordio in Italia con Fazi Editore, con il primo volume “Morte nella steppa”, a cui segue il secondo recentemente pubblicato, “Tempi selvaggi”.
Ho posto a Manook sei quesiti, tre sulla trilogia, tre oltre.

PERCHÉ HAI SCELTO LA MONGOLIA COME AMBIENTAZIONE PREVALENTE DI QUESTA TRILOGIA? La Mongolia è una nazione difficile da raccontare per i suoi tanti contrasti, insiti proprio nella sua natura più profonda.

Manook: “L’origine di questi romanzi è molto semplice, molto concreta, non è frutto di una ispirazione celeste, o di particolari intuizioni. Mia figlia dopo aver adottato a distanza un bimbo di quella nazione ha colto delle anomalie nella gestione del denaro che veniva inviato con uno scopo preciso. Ha chiesto a me e ia moglie di andare a verificare, e così abbiamo passato cinque settimane in Mongolia, dove ha preso consistenza questa storia.
La Mongolia è davvero una nazione molto complessa, i mongoli sono sempre stati nomadi e nomadi dovevano restare, il destino di un Paese è diverso dal destino di un popolo. Io sono armeno, e al tempo della diaspora noi rimanemmo armeni, uniti dalle tradizioni, dalla musica, dalla lingua, dal cibo. La Mongolia invece pur rimanendo viva, reale, è stata vinta dalla tentazione del consumismo, della materialità, è stata vinta dalla mondializzazione che ha modificato la struttura della nazione. Quasi come è successo alla Russia o, meglio, alla Siberia, che però potendo contare su una solida struttura statale, dell’uomo sovietico, preesistente, ha saputo in un certo qual modo resistere agli scossoni.”

UN ELEMENTO INTERESSANTE DI QUESTA TRILOGIA E’ IL COINVOLGIMENTO NELLA STORIA DI MOLTE O QUASI TUTTE LE STRUTTURE ISTITUZIONALI DEL PAESE, QUALI LE FORZE DELL’ORDINE, I SERVIZI SEGRETI, LE ISTITUZIONI POLITICHE E ALTRE ANCORA, REALTÀ PERÒ PRESENTATE TUTTE COME DEVIATE, O ALMENO NON CERTO ESEMPI DI CONDOTTA IMPECCABILE. PERCHÉ QUESTA SCELTA?

“Anche questo aspetto è strettamente legato alla storia di questo affascinante Paese, che ha vissuto tranquillo per così dire, attraverso molti molti secoli, poi ha passato tre generazioni circa sotto il dominio sovietico staliniano, per poi uscirne ma infilandosi direttamente in un sistema liberale alla cinese. Questo passaggio è stato determinante, in senso negativo. La Mongolia, o meglio i suoi vecchi funzionari comunisti, che prima avevano si il potere, ma non disponevano di denaro, ora dai ritrovavano l’uno e l’altro contemporaneamente a disposizione. Siamo intorno al 1990: potere e denaro, due armi micidiali, due detonatori potentissimi per la corruzione delle istituzioni.

TI FACCIO UNA TERZA DOMANDA SUI LIBRI, O PIÙ PRECISAMENTE SUL PERSONAGGIO YERULDELGGER, IL PROTAGONISTA, COLUI CHE TIENE LE REDINI DI QUESTA STORIA.
YERULDELGGER È PERVASO DA UNA IMMENSA RABBIA, NELLE SUE VISCERE PIÙ PROFONDE, E PER QUESTO COMBATTE, STRENUAMENTE.
OGGI, NEL TEMPO CHE STIAMO VIVENDO, L’UOMO MI SEMBRA CHE NON COMBATTA PIÙ. L’UOMO URLA, SCRIVE SU FACEBOOK, SI CONTORCE MAGARI, MA NON COMBATTE.

Manook mi ha dato questa bellissima risposta: “In francese si dice che l’uomo d’oggi mantiene una ‘posture’, ma non possiede solidi contenuti. L’uomo d’oggi, nonostante la disponibilità di numerosi mezzi di comunicazione, è solo. Il sistema ha fatto in modo che siamo tutti più individualisti, ma un parte di responsabilità è anche di chi ha vissuto il famoso ’68, io avevo vent’anni in quel periodo. Oltre la contestazione, non è seguita una costruzione. E ora il sistema costruisce personaggi che non vuole nemmeno costruire, personaggi soli, che decidono da soli, con tutti i rischi che ne conseguono, vedi le recenti elezioni americane, ma da francese quale sono, non posso non vedere pure l’esito delle elezioni nel mio Paese. Da dove viene il nostro nuovo Presidente?”

PASSIAMO A QUALCHE DOMANDA CHE VA OLTRE ALLA TRILOGIA. DA QUANTO TEMPO SCRIVI? SEI SEMPRE STATO SCRITTORE?

“Si. Io scrivo da quando avevo quattordici anni, ma per cinquant’anni non ho mai pubblicato. Ho fondato due case editrici, una che si occupa di riviste per ragazzi e che da tempo ho ceduto, è quella che gestisco tuttora, che realizza cataloghi di viaggio. Sono quindi sempre stato nell’ambiente.

E COME SCRIVI IAN? QUANDO, DOVE, CON QUALI STRUMENTI?

“Il mio modo di lavorare può sembrare strano, ma io scrivo nel caos, o meglio io non amo scrivere nel silenzio, isolarmi. Per me il clima che c’è qui al Salone del Libro sarebbe buono per scrivere. Ho scritto sull’aereo che mi ha portato dall’Argentina a qui, ho scritto all’aeroporto. E quindi questi tre libri sulle vicende di Yeruldelgger li ho scritti nel mio ufficio, durante normali giornate di lavoro: metà schermo del computer era dedicato al lavoro, e l’altra metà al mio libro.
Scrivo senza un piano iniziale, senza un progetto. Scrivo di getto anche seicento pagine senza tornare sui miei passi.
Parto da una prima frase, e via. Non preparo una lista di personaggi, non mi documento prima, nulla. Scrivo. Ma faccio questo esercizio costante durante la scrittura.
Scrivo in ROSSO le parole su cui ritornare alla fine di tutta la scrittura, per verificarle, per approfondirle, per documentarmi, ma tutto dopo aver “buttato giù” tutta la storia.
I miei libri sono costruiti come la Tour Eiffel: ci sono due storie alla base, una contrapposta all’altra, in termini di durata, ambientazione, personaggi etc. Sono sostanzialmente i primi due capitoli. Poi le singole storie proseguono salgono e si avvicinano come appunto succede alla struttura della Torre, fino a congiungersi e prendere una strada comune.”

A QUESTO PUNTO IAN MI HA FATTO UN GRAN REGALO. MI HA COMUNICATO CHE HO BEN COMPRESO LA QUESTIONE DELLA RABBIA DI YERULDELGGER, CONCETTO CHE ATTRAVERSA TUTTA LA TRILOGIA, SVELANDOMI LA STRUTTURA DI FATTO DI TUTTA LA TRILOGIA STESSA. NON VE LA POSSO SVELARE, FAREI UN ODIOSO SPOILER. IO STESSO SONO STATO SPOILERATO SUL TERZO LIBRO.
VI LASCIO SOLO QUESTA CONSIDERAZIONE, VI LASCIO LE TESTUALI PAROLE DI IAN MANOOK:
“YERULDELGGER e la Mongolia sono la stessa cosa, YERULDELGGER simbolizza la Mongolia, perciò non potranno non accadere certe cose.”
Buona lettura, e grazie a IAN Manook e a Fazi Editore.

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