A tu per tu con… Giacomo Celentano

giacomo_celentano_ritrova_la_serenita_dopo_un_periodo_veramente_buio_della_sua_vita_f29eGiacomo Celentano ha quarantotto anni, è il meno conosciuto dei tre figli di Adriano e Claudia Mori e quello che ha intrapreso la strada artistica in un certo senso più difficile, scegliendo di essere anche lui cantautore.

Lo abbiamo incontrato a Torino, al Salone del Libro, dove ha presentato il suo nuovo lavoro “Nel nome del padre”, uscito per Piemme come i precedenti.

Il suo libro è incentrato sulla figura della paternità. Si parla del suo essere figlio e del legame con Adriano, ma anche del suo essere padre, perché ha deciso di approfondire questo aspetto?

Trovo che la figura del padre nella società attuale stia attraversando una grande crisi e sia assolutamente necessario recuperarne il ruolo e l’importanza. Attingendo alla mia stessa storia ho cercato di approfondire tre aspetti della paternità: il rapporto con mio padre Adriano naturalmente, ma anche il mio ruolo di genitore di Samuele e infine, fondamentale, il rapporto con Dio Padre.

Quando era piccolo com’era il legame con suo padre? Nel libro parla di lui come una persona sempre allegra e positiva, è stato per lei una fonte di ispirazione o un padre ‘scomodo’ per la sua notorietà?

Scegliendo di fare il cantautore e lo scrittore sapevo che per molti aspetti non sarebbe stato facile a causa del confronto con lui, che io ho sempre accettato serenamente.  Non ho mai avuto problemi con mio padre, anzi al contrario è sempre stato una fonte di ispirazione per me, che ciclicamente ascolto le sue canzoni.

In effetti è sempre stato con noi allegro e gioviale e la pensiamo in modo simile su molti argomenti, quindi mi trovo davvero bene a rapportarmi con lui.

Tra le altre cose nel suo libro parla del momento dei pasti come un vero e proprio rito, cosa rappresentava per voi?

Il momento della cena è stato sempre fondamentale per la nostra famiglia: i nostri genitori ci tenevano che ci riunissimo il più possibile tutti insieme e, mentre consumavamo i pasti, ci raccontassimo la nostra giornata. Non di rado accadeva poi che, invece di raccontarci le favole, papà ci raccontasse le parabole del Vangelo. In questo modo mi ha trasmesso la fede e la spiritualità, che sono per me aspetti fondamentali dell’esistenza come ho raccontato appunto in questo libro.nel nome del padre

Questo sentimento religioso molto forte che come dice le è stato insegnato e trasmesso fin da bambino, quanto le  è stato utile per superare le difficoltà della vita?

La mia spiritualità è essenzialmente mariana, sono molto devoto di Medjugorje. La fede per me è concretezza, si deve calare nella vita quotidiana. Essere credente significa mettere in pratica le parole di Gesù in ogni momento della propria vita e in questo senso è sempre di grande utilità.

Io, con tutti i miei limiti ovviamente, ho cercato di fare questo percorso e di scriverne per trasmetterlo ai lettori.

Com’è il suo modo di essere padre? C’è qualcosa che si è sempre ripromesso di non fare con suo figlio?

Quello che non farò mai con mio figlio è opprimerlo sulle scelte di studio e di lavoro. Ci tengo che si senta libero di realizzarsi come meglio crede. Vorrei tanto che fosse felice di ciò che farà. Quello che invece cerco di mettere in atto con Samuele, che ha dieci anni, è un rapporto di condivisione, basato anche sulle cose più semplici e divertenti come giocare insieme o farsi il solletico!

Parlando invece di libri, quali consiglia di leggere a tutti, ma in particolare ai giovani?

Mi ripeterò senz’altro, ma desidero consigliare il Vangelo, non soltanto ai credenti ma a tutti come straordinaria fonte di insegnamento morale. Poi “I giullari di Dio” di Morris West, per restare in tema in modo alternativo!

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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