A tu per tu con… Gherardo Colombo

Titolo: Lettera a un figlio su Mani pulite
Autore: Colombo Gherardo
Genere: Memorie
Pagine: 94
Prezzo: 10,00

gherardo colomboIn occasione di “A tutto volume. Libri in festa a Ragusa”, giunta al suo sesto anno di vita, abbiamo intervistato l’ex giudice e procuratore della Repubblica Gherardo Colombo che in Lettera a un figlio su Mani pulite racconta la controversa stagione di una delle più importanti vicende del nostro recente passato.

Gli italiani ricordano il 1992 per l’inchiesta Mani pulite, per la strage di Capaci e per l’omicidio di Borsellino. Questo è stato un annus horribilis per l’Italia eppure lei dice che “fine della Prima repubblica” è un’espressione sbagliato. Perché?

Perché per passare dalla Prima alla Seconda Repubblica sarebbe necessario cambiare la Costituzione ovvero i riferimenti normativi di base. Quando diciamo “Seconda Repubblica”, invece, semplifichiamo. In altri paesi, quando si passa da una Repubblica all’altra  ̶  in Francia, ad esempio, lo hanno fatto spesso  ̶  avvengono dei cambiamenti istituzionali che da noi non sono avvenuti.

A parte l’ostracismo della politica, a un certo punto lei afferma che vi è venuto a mancare il sostegno della gente, spaventata dal fatto che la giustizia avrebbe potuto indagare anche sul comune cittadino. Da cosa dipende, secondo lei, l’impossibilità nostrana di andare fino in fondo alle cose?

Non esiste l’impossibilità di andare in fondo alle cose. In Italia si tende ad attribuire generalmente la responsabilità delle cose sbagliate agli altri senza fare un esame di coscienza. Siamo molto capaci di lamentarci, ma non siamo altrettanto capaci di fare. La prima cosa da fare, secondo me, dovrebbe essere quella di guardarci dentro e vedere se siamo effettivamente coerenti con quello che diciamo oppure no perché a volte la coerenza manca.

Lei dice che la legge come sistema di giustizia non può occuparsi di problemi endemici, ma solo di singole devianze all’interno di un contesto di regole rispettate.

Credo che sia proprio così. Ogni volta che si viene a creare un conflitto tra la legge e la cultura, tra la legge e il modo dilettera a un figlio su mani pulite pensare comune, inevitabilmente la legge è sconfitta a favore della prassi. Ciò vale anche per la corruzione. Per questo motivo il terreno su cui lavorare è proprio quello dell’educazione.

Lei è molto critico con il sistema giudiziario, ne evidenzia limiti e paradossi. La stessa cosa fa con la stampa che non ha saputo accompagnare Mani pulite, facendo da giusto filtro per i lettori, ma si è invece politicizzata.

Più che politicizzata, sebbene qualche volta sia accaduto anche questo, la stampa ha privilegiato il sensazionalismo. Io penso che il compito della stampa sia quello di spiegare le cose e questo non avviene mettendo in prima pagina l’indagato di turno, bensì spiegando perché è stato indagato. Credo che l’investigazione e il gusto di ricostruire correttamente una storia da parte dei media sia, salvo eccezioni, abbastanza raro in Italia.

Girando per le scuole, parlando con bambini e adulti, qual è la sua percezione dell’idea che gli italiani hanno della legge?

Gli italiani vedono la legge soltanto come fonte di obblighi mentre, in realtà, essa è anche fonte di diritti. Se si capisse questo, il nostro atteggiamento nei suoi confronti potrebbe essere diverso.

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