A tu per tu con…Francesca Barra

Barra (seduta tra i libri)Francesca Barra è una giornalista, sceneggiatrice e autrice di libri. Il suo ultimo romanzo, Verrà il vento e ti parlerà di me (Garzanti) è una storia intensa che ruota intorno ai rapporti familiari che, a loro volta, ruotano spesso intorno alla cucina, il luogo della casa capace di unire le persone e mettere a tacere le inquietudini. La vicenda è incentrata su due figure femminili, interessanti e profonde, nonna e nipote legate dalla passione culinaria…ma non solo.

La storia che racconta nel suo romanzo è ambientata in gran parte a Policoro, suo paese di origine. Quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Caterina?

In parte ho trasmesso ad una delle mie protagoniste la mia stessa inquietudine e curiosità nei confronti del mondo. Ma anche la saudade tipica dell’emigrato. La difficoltà di trovarsi, da universitaria, in un contesto sconosciuto. Ripartire da zero non è facile. Soprattutto per chi, come me, proveniva da una famiglia numerosa, allegra e ingombrante. Ma molto, molto protettiva.
Di me c’è, in quel libro, molto più in Teresa. Ma pochi l’hanno compreso.

Caterina eredita dalla nonna Teresa, tra le altre cose, le doti culinarie. Le ricette della nonna scandiscono i capitoli del libro e anche le vicende narrate. Sono ricette che fanno parte anche della sua tradizione familiare? Qual è sua madeleine?

La mia madeleine è la passata di pomodoro che preparavamo nello scantinato di casa. Quegli odori di fresco, “appena fatto”. O sfornato. Come i falaoni. Il panino con la frittata. Lo zabaione realizzato con le uova fresche che ci forniva la gallina in giardino.

Mia madre è bolognese, mio padre calabrese, la nostra cucina è sempre stata un intreccio di tradizioni, ingredienti e menù.

Nel romanzo la vicenda di Caterina si intreccia con quanto vissuto dalla nonna Teresa in gioventù. Quella in cui si muoveva Teresa era una società differente rispetto a quella attuale e, come donna, ha dovuto fare delle scelte e ha vissuto delle situazioni a volte molto diverse da quelle che una coetanea affronterebbe oggi. Quali sono gli aspetti di quella vita che la affascinano e quelli, invece, verso i quali non prova affinità?verrà il vento e ti parlerà di me

Io mi ritengo una donna che si emancipa dalla cultura 2.0 . Ne sono attratta, ma devo spesso disintossicarmi. Ho bisogno di sentirmi abbracciata da valori autentici, dallo scorrere del tempo, dalla rete di rapporti sicuri. Non una cenerentola e nemmeno una cinica figlia dei social e della frenesia del nostro tempo.
Una via di mezzo. Costruita pazientemente. E per farlo ho bisogno di sfumature di entrambe le epoche.

Teresa ha una sensibilità molto profonda ed è capace di una grande empatia verso l’altro. Le sue capacità sono quasi un po’ magiche…hai conosciuto persone con queste doti?

Moltissime. Le donne sono solidali. Si aiutano e supportano spesso sostituendosi a manuali di psicologia e medicina. Non sempre e’ sufficiente. Ma hanno fatto molto, da sole e con pochissimo, le nostre nonne.

La vita di Caterina si gioca tra due forze: una spinta verso il nuovo, lontana dal suo paese, e una verso le proprie radici. Come riesce a trovare un equilibrio?

Non si trova mai. Credetemi. C’è sempre qualcosa che ti mancherà di entrambi i luoghi.

Oggi si tende a dare un valore positivo alla voglia di novità, mentre chi rimane legato alle proprie origini viene accusato di mancanza di coraggio ed iniziativa. Ad un certo punto Caterina cerca di fare luce su questo giudizio, ponendosi delle domande molto interessanti che le ripropongo: “Cosa spaventa della familiarità? Della quotidianità? Perché le persone si annoiano così presto delle abitudini e non si sentono, invece, protetti da esse? Perché la scalata spesso richiede solitudine?” (p. 184).

Crescere in un piccolo centro ti illude di essere sempre protetto. Che la rete avvolgerà e garantirà la tua reputazione, le tue scelte di vita. Che riceverai maggiore indulgenza. Perché ci si conosce tutti. Si sa “a chi appartieni”.

Ma il confronto con il resto del mondo, la Solitudine , la diversità, è fondamentale. Per questo bisogna andare via. E capire, cercare, il proprio ruolo o luogo nel mondo. Che sia tornare o emigrare per sempre. Ma l’elastico si deve allentare per un po’. È fisiologico . Necessario.

Quali pensa siano i punti di forza del suo romanzo?

Gli amori imperfetti sono i più autentici. Così come le Famiglie che non si sforzano di essere un mulino bianco, ma si prendono poco sul serio, si raccontano, sudano, faticano, e ritornano a riposare in quel baricentro che è, e sarà sempre, l’amore.

Molti legami si saldano attraverso il cibo. Molti silenzi sono colmati con altre comunicazioni come, ad esempio, cucinare. E in tempi in cui tutto diventa show, aprire le porte di una casa, ci renderà più umani.

Ci lascia un messaggio per i nostri lettori, Gli Amanti dei libri?

Questo romanzo per me è stato catartico. Nonna Teresa mi ha salvata e indicato la Strada. Mi piacerebbe che anche a voi facesse lo stesso magico effetto!

 

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Chiara Barra

Se dovessi partire per un’isola deserta, e potessi portare con me soltanto un libro...sarebbe un’ardua impresa! Come immaginare la vita senza il mistero di Agatha Christie, la complessità di Milan Kundera, la passione di Irène Nemirovsky, l’amarezza di Gianrico Carofiglio, il calore di Gabriel Garcia Marquez, la leggerezza di Sophie Kinsella (eh sì, leggo proprio di tutto, io!). Ho iniziato con “Mi racconti una storia?” e così ho conosciuto le fiabe, sono cresciuta con i romanzi per ragazzi che mi tenevano compagnia, mi sono perdutamente innamorata dei classici...che ho tradito per i contemporanei (ma il primo amore non si scorda mai)!

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