A tu per tu con… Enzo Verrengia

Abbiamo incontrato lo scrittore Enzo Verrengia, giornalista per La Gazzetta del Mezzogiorno e l’Unità ed autore di L’eredità di Hyde, pubblicato da Piemme. 

Da dove nasce l’idea per un sequel di uno dei libri “classici” di Stevenson?

L’idea è nata per caso: una sera non riuscivo a dormire e ho guardato il programma di Albertazzi sul Dott. Jekyll e Mr. Hyle. L’interesse per l’argomento insieme alla passione per l’età Vittoriana ha innescato una serie di domande che hanno portato alla scrittura del racconto, prima pensato per una pubblicazione in edicola e in un secondo momento per librerie.

Con l’inserimento del prologo non rischia di esporsi troppo nei confronti del lettore e svelare la soluzione del romanzo prima ancora di cominciare?

Assolutamente no, poiché il prologo è una specie di amo per far abboccare il pesce; non volevo puntare ad un finale ad effetto, bensì portare il lettore verso la consapevolezza che l’età Vittoriana presenta tutti i prodromi dei mali del XX secolo.

 Perché uno dei personaggi chiave, il Dott. Doyle, fa una “comparsata” ad inizio romanzo, per scomparire del tutto sulla scena e tornare in modo prepotente e saccente quasi verso la fine?

Per precisione fiologica: riprendendo la storia reale ed il racconto di Stevenson, avevo bisogno di un personaggio eterogeno nel contesto, con un carattere da saputello. Arthur Conan Doyle faceva proprio al caso mio.

La figura della donna sembra avere un ruolo cruciale; Hyde addirittura la definisce “strumento dell’opera”. In realtà nel corso degli eventi però non si espone più di tanto e, sebbene la voglia di emergere sia fortissima, il suo operato resta confinato in un ruolo di comparsa. Perché?

Proprio per rappresentare la rivoluzione femminile in quel periodo, dove si aveva una gran voglia di riscattarsi ed
emergere, ma limitata alle possibilità dell’epoca. Dobbiamo aspettare la metà del XX secolo per vedere i primi veri segni di emancipazione femminile.

Ha definito il suo romanzo “steampunk” per l’uso delle tecnologie futuristiche in epoca passata e dunque sconosciute per tutti i personaggi della vicenda. Si è ispirato a qualche scrittore in particolare?

Mi sono ispirato ai veri autori di fantascienza, dai più grandi ai minori esponenti, capaci davvero di rendere spettacolare l’intreccio del racconto con dettagli che “stonano dal contesto” (cyber-technology).

 Esistono davvero il bene supremo ed il male supremo oppure sono le facce della stessa medaglia?

In molte mie presentazioni racconto spesso che quello che oggi è considerato bene, magari tra qualche anno sarà considerato male. Solo un essere superiore (come Hyde) riesce talmente a distaccarsi dal contesto a tal punto da essere quasi giustificato per le sue azioni di malvagità.

 Può commentare la frase: Il suo popolo sconta le colpe di un’umanità che non vuole redimersi. E trova sempre degli altri sui quali scaricare il proprio carico di peccati. Henry Jekyll ha personalizzato questo processo sulla sua persona, inventandosi Edward Hyde. Ma nel farlo, ha deciso che, dopotutto, il peccato paga. Dunque la sua non è una deviazione dalla morale, bensì una rinuncia assoluta della morale” (pag. 200).

Richiamo un po’ la risposta precedente. Siamo portati sempre a ragionare per categorie: buono-cattivo, alto-basso, bello-brutto, bene-male. Ma se riesci ad elevarti al di sopra delle parti, tutte le categorie svaniscono e non hai più la percezione miope di chi le vive (anzi le crea) e tutto ti appare su un unico livello.

 Con questa intervista ha la possibilità di mandare un messaggio ai suoi lettori: cosa vorrebbe dire loro?

Vorrei semplicemente dire di non farsi influenzare dai trend del momento per scegliere un particolare libro o autore; vorrei che capissero, e soprattutto valorizzassero, il vero e duro lavoro che risiede dietro la scrittura di una narrazione.

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