A tu per tu con…Eloisa Donadelli

È uscito da pochissimo il primo Romanzo di Eloisa Donadelli, “Le voci delle Betulle” (Sperling & Kupfer) e noi, insieme a pochi altri fortunati blogger, abbiamo avuto l’onore di poterlo leggere in anteprima.

Siete i miei primi lettori in assoluto. A parte pochi amici, che comunque l’hanno letto solo dopo che l’avevo terminato, non l’ha mai letto nessuno prima d’ora.

Un vero e proprio onore, quindi, quello che ci ha permesso di scoprire un romanzo intenso e molto poetico, che tocca le corde più profonde dell’anima attraverso temi tanto universali quanto intimi, per ognuno di noi in maniera diversa.

Famiglia, affetti più autentici, la ricerca delle proprie radici.

Come nasce la storia che hai raccontato ne “Le voci delle Betulle”?

Questo romanzo è nato un’estate in cui si sono separate cinque mie amiche, tutte con un motivo ed un finale diverso. Cinque persone che si sono confidate con me, e questo ha fatto si che io mi ricordassi il dolore subito dal divorzio dei miei genitori. Intorno a questa spirale si è quindi sviluppata tutta la storia  , che ha assunto delle declinazioni molto impreviste e strane. Io vengo da una Valle al confine con la Svizzera e abito in un paese di 15.000 abitanti, per questo sono molto legata alla natura – tema centrale del libro. Lì tutti noi abbiamo ereditato delle case in montagna, io per esempio ho una baita che appartiene alla mia famiglia da quattro generazioni e in cui ho trascorso tutte le mie estati, per questo mi senti molto affine e vicinissima alla natura.

Secondo me i temi di questo romanzo sono la ferita da abbandono e le radici.

Volevo che la protagonista non delegasse il suo dolore agli altri, cosa che molte volte capita nella nostra quotidianità. Per me invece, questo dev’essere uno stimolo che porta a guardare dentro se stessi e a capirne il perché. Lei, Bernadette, ce la fa e riesce a scovare un “buco” di cui non si era mai accorta. Da qui scopre un grande segreto di famiglia, che si dipana su tre generazioni.

Mi riferisco poi alle radici perché per me sono importantissime, in particolare noi italiani siamo molto fortunati, perché siamo legati a delle origini vere solide. Mentre all’estero, in America (dove l’autrice ha vissuto per un periodo della sua vita, ndr), non è così.

Abbiamo incontrato Eloisa Donadelli in un meraviglioso angolo verde di Milano, in un luogo molto caro alla protagonista del libro ed a tutti i lettori che faranno loro questa storia: Villa Escandar.

La protagonista è di Milano, e io sono stata in questa casa – che offre anche servizio di b&b ai piani superiori – che mi è piaciuta moltissimo. Per questo ho fatto nascere e vivere qui la protagonista. In questa location tra l’altro verrà anche girato un film, sempre nella trama del libro, basato sulla vita di Segantini.

Non ci sono luoghi che non conosco in questo libro. Anche se non è la mia autobiografia, c’è onestà in quello che scrivo.

Perché proprio villa Escandar?

Ho preso spunto dai miei bisnonni, che erano sellai. Una professione che è decaduta con l’arrivo delle automobili. Anche i nonni della protagonista erano sellai, però loro ce l’hanno fatta, perché hanno capito che quando non c’era più spazio per questo lavoro hanno avuto l’intuizione di diventare calzolai, in particolare calzolai di scarpe di pregio e fatte a mano. Villa Escandar secondo me era una casa perfetta, in una zona di Milano che ha una sua storia. Mi ha colpito il fatto di arrivare in Piazza Wagner, girare l’angolo e trovarmi in una via con così tante ville in stile Liberty – inizio ‘900.

Tra l’altro i proprietari di questa Villa una volta erano pellicciai…

Come è stato mantenere il binomio invenzione e realtà?

Questa non è un’autobiografia. Ci tengo a specificarlo, anche perché credo che non scriverò mai la mia autobiografia! Però, come dicevo, secondo me in ogni personaggio c’è una scintilla di me. Perché comunque ci metto il mio vissuto, e poi perché secondo me scrivere è anche essere onesti. C’è inventiva e fantasia, però c’è anche un po’ di me.

Qualche tempo fa, durante un incontro con autore, qualcuno mi disse che gli scrittori sono fondamentalmente, tutti, dei perfetti bugiardi. Sei d’accordo?

No, secondo me non siamo tutti così. Io invece ci vedo invece un po’ di onestà e un po’ di me in ognuno dei miei personaggi. È come se ognuno di loro facesse proprio un mio punto di vista rispetto ad una tematica diversa.

Da dove e quando è nata la storia di Bernadette?

Tra i cinque divorzi di cui accennavo, una delle amiche a cui stava accadendo tutto questo, è rimasta a dormire da me per un lungo periodo. E da lì ho sentito il bisogno e la profonda necessità di buttar fuori quello che stavo provando insieme a lei, anche perché proprio da lì ho ripensato al divorzio dei miei genitori. Affrontando quindi lo stesso fatto da amica, da madre e da figlia.

Anche la casa delle betulle esiste realmente. È un luogo separato da dei boschi dalla mia baita, dove io sono sempre andata fin da piccola per rilassarmi. Qui la vegetazione tipica sono pini e abeti, se ci si abbassa leggermente si trovano le betulle e i faggi. Ancora adesso vado lì, dove si trovano solo una casa, una fontana e le betulle. È una casa che ho sempre visto pulita, con l’erba tagliata ed in ordine e la legna accatastata. Ma non ho mai visto nessuno, mai una persona nei dintorni. E mi ha sempre incuriosito questa cosa, è un mistero che non sono ancora riuscita a risolvere.

Può un albero frondoso come le betulle, portare luce in un bosco buio?

Tutto nasce dalla nostra baita in montagna: la mia camera dava sul bosco nero, oscuro. E mio nonno ad un certo punto, ha piantato davanti alla finestra tre betulle già abbastanza grandi allora, e che adesso sono ulteriormente cresciute, per portarmi la luce davanti al buio, di cui io avevo tantissima paura, ogni volta che arrivava sera. È questa la luce di cui parlo, quella che mi ha messo mio nonno, che in un certo senso è anche una luce emotiva, perché è la sua luce.

Per me la betulla è una pianta maestosa e nobile, meravigliosa, perché il suo tronco è avvolto in un fragilissimo foglio bianco e non ostante questo si tratta di una pianta pioniera, che va a colonizzare terreni poco fertili, dove c’è il nulla. Le betulle nascono e colonizzano questi luoghi, ma vivono una vita breve (in termini botanici), per lasciare spazio ad altre “vite verdi”. Le trovo, oltre che belle, di una generosità pazzesca, e questa secondo me è la vera luce.

Secondo me la bellezza vera, quella reale, è quella che trova un equilibrio tra ciò che si è dentro e ciò che si è fuori: per me la betula è proprio questo.

In un’intervista precedente hai detto che scrivi di notte, per “dare” attraverso tutti e cinque i sensi.

Sì, perché per me scrivere è proprio “de-scrivere” attraverso tutti i sensi che ho a disposizione. Attraverso olfatto, udito, palato. Per fare questo però ho bisogno della massima concentrazione, e la notte introno a me c’è silenzio e buio. Non si tratta in realtà strettamente del silenzio, perché spesso ascolto musica classica, che mi aiuta molto a scrivere… è chela notte sono molto più sciolta, più predisposta a tirare fuori ciò che ho dentro. Magari di giorno mi vengono alcune idee, che traggo dalla vita quotidiana, e quindi prendo appunti. Poi di notte scrivo realmente, è un po’ come se dovessi mettermi in scena.

“Le voci delle Betulle” è da leggere per sentirsi più verdi, più intimamente legati alla natura, come all’io più profondo e leale delle nostre vite. Un’indagine sui sentimenti di chi lo legge, sotto forma di romanzo. Attraverso temi, quelli della famiglia, dell’amicizia, degli affetti più stretti, che caratterizzano la quotidianità delle persone più di qualsiasi altra cosa. Un libro in cui trovare “radici per restare e foglie per sognare”.

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