A tu per tu con…Elena Rausa

Elena Rausa, milanese che vive nella Brianza, dopo la laurea in lettere e il dottorato in Italianistica – Filologia umanistica oggi insegna lettere al liceo scientifico. Marta nella corrente è il suo primo romanzo, edito da Neri Pozza, nel quale riesce a spaziare tra i drammi della Shoah alla Milano degli anni ottanta il tutto sotto lo sguardo attento di Marta, destinata anche lei ad affrontare i drammi della vita. Il romanza svela il talento di una scrittrice capace di dar voce alle emozioni più intense e profonde dell’uomo.

La protagonista del romanza Marta ha soli sette anni ed è costretta ad affrontare la perdita della madre che la obbliga a dover crescere in fretta. E’ stato difficile per lei immedesimarsi e scrivere di un personaggio così fragile?

Sì e no nel senso che Marta è sì costretta a crescere in fretta ma anche prima di perdere la madre è una bambina che sa badare a sé stessa perché vive con una madre perennemente insoddisfatta che la trascina in una nuova città completamente priva di legami per lei, la Milano degli anni ’70. Marta è una bambina già grande con una spiccata sensibilità, all’epoca la mia bambina aveva la stessa età di Marta quindi ho avuto la fortuna di poter osservare da vicino questa tenera età riscoprendo anche la bambina che c’è in me. La cosa davvero difficile del personaggio è stato trovare il linguaggio di Marta sul mondo, ho voluto a tutti i costi entrare nei suoi occhi e per questo c’è voluto tanto lavoro.

Nel romanzo oltre alla perdita di Marta abbiamo emerge un’altra grande tragedia dell’umanità: la Shoah. C’è una ragione per la quale ha voluto intrecciare questi due drammatici eventi?

Diciamo che queste due storie, quella di Marta e quella di Emma, si incontrano nella mia testa quasi accidentalmente,  non voglio sminuire il lavoro di uno scrittore etichettandolo come fortuito, anzi. Un giorno ho semplicemente deciso che queste due vicende potevano incontrarsi  ed avere qualcosa in comune, come ad esempio il silenzio con le quali le due anestetizzano il dolore.  Emma, la psicologa di Marta, ha dovuto affrontare gli orrori della deportazione e ciò che ho voluto solo approfondire non è solo l’aspetto storico o filosofico quanto l’aspetto che riguarda me e credo tutti: vivere la propria esistenza nella perdita di chi si ha amato. Solo dopo questa presa di coscienza Marta e Emma potranno davvero aiutarsi l’un l’altra.

Quindi che messaggio vuole dare ai suoi lettori?marta nella corrente

Se avessi focalizzato un messaggio preciso credo che avrei scritto questo tipo di storia perché il romanzo lascia aperte molte vie d’interpretazione quindi ognuno trova il messaggio che vuole. Quello che colgo io è che la trasformazione fa parte della vita, il dolore può essere distruttivo se non viene scacciato ma può anche diventare una fonte di ricchezza nel momento in cui lo si accetta. Lo stesso titolo del libro “Marta nella corrente” fa allusione alla vita vista come un fiume vorticoso che a volte è difficile  attraversare.
Ho trovato ispirazione in una poesia di Alda Merini dove dice che alcune persone come delle pietre profumate che ti aiutano a vivere, la cosa che più mi ha colpito è che tutti possiamo essere la pietra profumata di qualcuno, anche inaspettatamente come accade alle due protagoniste.

 Durante la stesura del libro, quali sono state le parti più ostiche da scrivere? Quelle che temeva venissero fraintese?

Il fraintendimento è una cosa che ho messo in conto proprio perché ognuno ha il legittimo diritto di interpretare la storia a modo suo. La difficoltà più alta per me è stata il voler dare un racconto onesto anche su cose che non conoscevo, questo ha richiesto un notevole sforzo di identificazione. All’epoca in cui è ambientato il libro non ero adulta quindi è un periodo che non mi toccava da vicino e che mi sono divertita ad immaginare.

Ha intenzione di proseguire la sua carriera da autrice o di dedicarsi completamente all’insegnamento?

Non me la sento di parlare di “carriera”, è  un concetto lontanissimo dai miei pensieri che fa pensare a qualcosa di definito e permanente. L’unica cosa che voglio fare è continuare a scrivere e fare le cose che mi piacciono cercando di trasmettere un po’ di questo mio amore. Con questo però non voglio neanche lasciare l’insegnamento e i ragazzi, grazie a loro a 40 anni sono ancora capace di ridere di cose a cui di solito si smette di ridere a 20 anni.

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