A tu per tu con… Edoardo Nesi

Ha vinto l’anno scorso il Premio Strega raccontando la rabbia e la resistenza dopo la sconfitta; una sconfitta così personale ma anche così generalmente italiana di chi è passato dall’essere parte del motore di una nazione a vittima per larga misura innocente del suo declino. Quest’anno ha pubblicato un libro che vuole usare quella rabbia e quella resistenza per provare a diradare le nubi che minacciano oggi il nostro paese e guardare al futuro con più speranza e fiducia. E’ con grande orgoglio e gratitudine che Gli Amanti dei Libri incontrano Edoardo Nesi, in un’intervista che parte dalla sua ultima fatica letteraria, Le nostre vite senza ieri, e arriva a parlare di crisi economica, possibilità dell’avvenire e, ovviamente, di letteratura.

Nel suo ultimo lavoro prosegue il discorso iniziato con “Storie della mia gente”, il libro che l’ha portata a vincere il Premio Strega. Se posso permettermi di etichettare quest’ultimo con tre concetti, cosa sempre odiosissima, lo chiamerei il libro della decadenza economica italiana, dell’orgoglio ferito che grida “vendetta” e dello smarrimento che sempre accompagna una crisi. Ne “Le nostre vite senza ieri” c’è ancora tutto questo, ma anche molto di più: c’è uno sguardo liberato verso il futuro, c’è la fiducia, ci sono proposte concrete e originali, c’è la ricerca faticosa ma appassionata di una strada.                                    Vorrei chiederle innanzitutto se riesce a illuminarci su quali sono i tempi che viviamo oggi. Come si è arrivati alla condizione di decadenza, causa del dramma sempre più frequente oggi del suicidio soprattutto di imprenditori, che descrive nei suoi libri?

Sono abbastanza d’accordo con quello che hai detto all’inizio, cioè su questi due libri legati a una rabbia che in Storie della mia gente è molto forte e ne Le nostre vite senza ieri vuole diventare qualcosa di più. Io non sono un pessimista: quando racconto di nuovi piani o mi immagino un qualche diverso sbocco rispetto alla cupezza che portava Storie della mia gente, lo faccio perché mi è sembrato che se mancava qualcosa in quel libro era proprio un pensiero più compiuto sul futuro. Lì il passato era raccontato con forza e disegnato dalla rabbia. Tuttavia credo che il futuro possa  essere migliore, a patto che si viva delle energie finora tenute ferme e bloccate. In relazione alle risoluzioni tragiche di molti imprenditori: purtroppo quello che ancora non si è ben percepito, e io forse sono stato fra i primi a raccontarlo, è che sono cambiate le condizioni dell’economia italiana; ma non da adesso, non con questa crisi. Sono cambiate già nel 2000. Le condizioni di mercato sono andate a peggiorare quasi uniformemente e quasi per tutti. Di questo pochi si sono resi conto perché ubriachi di quell’idea straordinariamente ingenua ma straordinariamente diffusa che vedeva la globalizzazione come il bengodi d’Italia; quello che è accaduto poi non è stato altro che un lento decadere di cui solo oggi si vede purtroppo la potenza, ma il cui processo era avviato già molto tempo prima. Gli imprenditori si vergognano profondamente della crisi e del fallimento delle loro aziende; molto spesso non lo raccontano nemmeno all’interno della loro famiglia. L’impressione che tutti ricaviamo da questa ondata di suicidi è che la crisi sia scoppiata tutta insieme, ma l’inizio di questa terribile cosa è antico.

Nel suo ultimo libro insiste spesso su una cosa molto bella e per cui, in quanto “giovane”, la ringrazio immensamente: la deresponsabilizzazione di chi è nato da troppo poco tempo per avere eccessive colpe per ciò che sta avvenendo. I giovani non solo si trovano a vivere le difficoltà odierne che non hanno avuto nemmeno la libertà di favorire, ma se ne sentono pure kafkianamente colpevolizzati! Ne “Le nostre vite senza ieri” lei propone delle strade che loro possono percorrere e che si fondano sull’indebitarsi. Le va di parlarcene?

E’ veramente una cosa insopportabile questa e penso che voi giovani dovreste veramente incazzarvi per questa situazione. Io lo sento dir spesso: questi giovani non hanno voglia di far nulla, questi giovani non hanno iniziativa, questi giovani sono deludenti. Chi dice questo compie un atto non solo di miopia, ma di estrema ingenerosità. Chi sa bene le cose, sa che dagli anni ’50 fino all’inizio degli anni ’80 erano tempi in cui era, diciamo, facile fare impresa. Perché c’erano tre cose fondamentali per far prosperare un’impresa: un mercato per i propri prodotti, il più grande possibile; la possibilità di ottenere credito bancario, non per forza a tassi bassi perché da sempre l’industria italiana è riuscita a crescere anche con tassi alti; un clima positivo in Italia verso l’impresa. E’ impensabile pensare che il debito sia un marchio d’infamia. Il debito è una componente irrinunciabile di ogni economia. Non c’è quasi azienda al mondo che non abbia un debito da restituire. Il debito è il modo in cui un’azienda può finanziare le idee dei giovani, coloro che oggi meritano e non hanno. Purtroppo, si è spezzato il meccanismo secondo cui si finanziavano le idee di chi meritava e non aveva. E’ questo il problema. Leggevo stamattina quello che ha detto Draghi (n.d.r.: il giorno prima dell’intervista a Nesi, Draghi ha espresso la convinzione che la crisi ha colpito soprattutto i giovani e la necessità di non sprecare il capitale umano che essi rappresentano se si vuole condurre l’Europa intera a una ripresa economica). Io il libro gliel’ho mandato, ora non so se l’abbia letto! I giovani sono l’unica via d’uscita. Non ne esistono altre. Le aziende che oggi esistono sono guidate da settantenni, così come da settantenni è guidato il nostro paese. Queste aziende probabilmente hanno già dato quello che dovevano dare. Ora, c’è bisogno di aziende completamente nuove. Ma questo è un meccanismo antico. Noi siamo stati fermi per 20 anni e non abbiamo compiuto niente di tutto ciò che serviva e che nella storia dell’economia è sempre avvenuto. E’ sempre stato normale per le aziende il fatto di essere rigenerate dall’arrivo di aziende, prodotti, idee nuove.

Dostoevskij ha scritto che la bellezza salverà il mondo. Se non ho capito male anche lei ne “Le nostre vite senza ieri” espone un’idea non troppo dissimile, fino a proporre la bellezza come idea industriale …

Io non mi invento niente di straordinario. Se si pensa a ciò che ha funzionato in Italia imprenditorialmente, si tratta sempre di qualcosa legato a quest’idea di eccellenza, bellezza, lusso, saper vivere. Un’idea antica che fa sì che l’Italia sia la patria del bel vivere.

Entriamo nella fucina del Nesi scrittore: quali sono le sue abitudini?

Negli anni le mie abitudini sono molto cambiate. Prima scrivevo sempre di notte; ora lo faccio soprattutto la mattina, a volte nel tardo pomeriggio. La notte ormai assolutamente no: serve solo per correggere quando è necessario, ma non è più un buon momento. Le cose cambiano nel tempo, cambiano le abitudini e la salute delle persone. Con il tempo, poi, ho imparato che quando non viene niente è bene alzarsi e fare un’altra cosa. Mai  spingere, mai sforzarsi di scrivere. Di conseguenza, bisogna anche imparare a non preoccuparsi se non viene niente; verrà!

Dai suoi libri si percepisce il suo grande amore per il cinema: esso influisce sul suo modo di scrivere, sul suo stile? E se sì, in che modo?

Il cinema influisce in quanto a visione. Anche la scrittura è visione. In essa vedi le cose come al cinema prima di scriverle. Cerchi di vedere con gli occhi dei personaggi, ottenere delle loro soggettive. Questo non vuol dire avere una scrittura cinematografica, ma che sicuramente l’immaginario della scrittura passa per me attraverso la visione. E’ molto importante ma molto complicato analizzare come il cinema influisca sulla scrittura. Basti pensare al fatto che esso ha sicuramente modificato le tecniche e le modalità di composizione.  Comunque, le cose le vediamo e poi le scriviamo. E se il cinema è un’esperienza di visione fondamentale per la mente contemporanea, se ne deduce tutta la sua possibile importanza per la scrittura.

So che lei è un grandissimo ammiratore di David Foster Wallace, nonché traduttore dell’enorme (in tutti i sensi) “Infinite Jest”. Che cosa ha significato DFW per la letteratura e la cultura di questi ultimi decenni?

Prima di DFW l’idea di letteratura giovane americana era raffigurata da B. E. Ellis o McInerney, da questi scrittori rappresentati come giovani grandi talenti americani. Poi quando è arrivato Wallace è cambiato tutto. Molto semplicemente, nasce quasi tutto con lui. Chi c’era prima di lui sparisce. La sua è una scrittura talmente complessa da cambiare i sistemi di riferimento. Dopo Wallace diventa complicato andare ad affrontare gli argomenti che lui affrontava, ed erano molti, perché diventano definitivi.

Per finire, domanda secca e da un milione di dollari come saluto e augurio per i nostri lettori: che cos’è e cosa può fare la letteratura?

Difficile dire cos’è la letteratura. Ma quello che so è che può fare moltissimo. Può cambiare in meglio la vita di tante persone. Può essere salvifica. Può e riesce ad essere il fulcro della vita di tante persone. Per me è stato così. Auguro a voi lo stesso.

Leggi anche la recensione di “Le nostre vite senza ieri” di Edoardo Nesi

Leggi anche la recensione di “Storia della mia gente” di Edoardo Nesi

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