A tu per tu con… Donato Carrisi

Preferisce pensare a sé stesso come ad un narratore e non come ad uno scrittore. Gli piace entrare nella testa dei suoi lettori come un serial killer ed i suoi personaggi vivono sempre in bilico sul confine fra bene e male, nella “zona d’ombra”. Ama le storie e nella sua veste di lettore “ maltratta” i libri che legge spiegazzandoli e sottolineandoli. Queste sono solo alcune delle cose che ho scoperto di Donato Carrisi intervistandolo, quasi paradossalmente visto che lui scrive noir dalle atmosfere forti, nel giorno di san Valentino.

La regola vorrebbe che nell’intervistare un autore ci si rivolgesse a lui dandogli del “lei” ma questa volta – e non me ne vogliano i puristi – non mi è stato possibile. Infatti, come conditio sine qua non per l’intervista, Carrisi ha voluto che gli dessi del tu.

Leggendo una precedente intervista, mi ha colpito molto una tua affermazione secondo cui: “Non è il Male ad essere banale ma è il Bene ad essere troppo complicato”

Sì, che il Male sia banale e il Bene troppo complicato è verissimo. Pensaci. Se devi cercare di provare empiricamente il male, non ci vuole molto: basta andare sulla scena di un crimine ed hai tutti gli elementi per provare che lì sia stato fatto del male. Provare il Bene, al contrario, è molto più complesso, molto più difficile, perché non esiste una prova empirica del Bene. Ti faccio un esempio: se dai degli spiccioli ad un poveretto che ti chiede qualcosa per mangiare, chi mi dice che tu non glieli dia per sanare il tuo senso di colpa piuttosto che per generosità? Come fai a provare che quell’azione è effettivamente altruista e non è invece dettata da qualche altro motivo?

Questa visione non presuppone un essere umano fondamentalmente egoista ed egocentrico, incapace di fare una buona azione per il puro piacere di farla ma sempre con la possibilità di un secondo fine?

No, non voglio dire questo. Dico semplicemente che il Bene è difficile da individuare dall’esterno e che quando si compie ognuno lo sa solo dentro di sé.

Questo tuo modo di vedere emerge anche dai tuoi personaggi: non sono né buoni né cattivi ed in loro non c’è un valore assoluto. E’ come se racchiudessero in sé stessi entrambi gli aspetti ed in questo modo la lotta fra il Bene ed il Male, che generalmente nei noir come nei thriller e nei romanzi è combattuta all’esterno dei personaggi, viene vissuta al loro interno.

Sì. A me non piacciono le distinzioni fra buoni e cattivi ma soprattutto i miei personaggi non sono mai innocenti, hanno sempre una colpa – che può essere più o meno grave – perché i buoni, in definitiva, a parte che non esistono ma non  interessano a nessuno.

I buoni annoiano?

Annoiano a morte a meno che non ci servano nella vita.

In che senso?

Nella vita non ti rivolgi ad un buono se non hai bisogno di lui; non preghi Padre Pio se non ne hai bisogno.

Nel Tribunale delle Anime parli della Penitenzieria Apostolica che tu stesso, in una precedente intervista, definisci come “un tribunale tecnicamente di grazia”. Tuttavia il tuo penitenziere non è molto propenso alla grazia, tutt’altro.

Beh no, i miei personaggi sono sempre dei borderline e in definitiva è così per tutti: nonostante l’immagine che diamo di noi stessi quel confine, quel limite, si riflette inevitabilmente in alcuni campi della nostra vita. Io mi limito solamente a rendere più evidente questa linea di demarcazione dove tutti siamo chiamati ad agire fra  Bene e Male.

La famosa “zona d’ombra”?

Esattamente. Cerco di rendere più evidente questo confine e la contraddizione che in esso si nasconde.

Una contraddizione, un conflitto interiore che, pur essendo caratteristica dell’essere umano, porta i tuoi personaggi a frantumarsi interiormente.

Sì, esattamente. Ma forse sono già frantumati. Nei miei libri non c’è mai un personaggio integro e se, inizialmente, appare come tale poi mi piace frantumarlo in corso d’opera. E’ bello che il lettore si faccia un’idea del personaggio ed io poi la possa stravolgere. Il gioco è questo. Vedi io non faccio patti con il lettore come nei gialli classici tipo quelli di Agatha Christie in cui sai già che l’assassino non è Miss Marple. Ecco, io non faccio questo tipo di patto con il lettore e in questo senso ma ne frego del suo benessere; lui deve immergersi nella storia, deve sporcarcisi le mani.

I personaggi principali de “Il tribunale delle Anime” sono Marcus e Sandra. L’uno basa le proprie indagini sulla ricerca di anomalie mentre l’altra ricostruisce i crimini attraverso i dettagli, le piccole cose. Nella tua vita quali ti colpiscono di più, i dettagli o le anomalie?

Prima di conoscere la Penitenzieria avevo un approccio più basato sui dettagli, dopo mi sono concentrato sulle anomalie perché è curioso come queste piccole “ferite” nascondano molto di più. Credo che sia un approccio interessante che continuerò ad avere anche nelle prossime storie. I dettagli fuori posto stupiscono ma fino a un certo punto: ci vuole sempre un metodo per indagare i dettagli mentre per le anomalie, per cercare di comprenderle ed afferrarle,  bisogna usare l’istinto.

L’essere stato definito “genio del male” come ti fa sentire?

Mi fa sentire benissimo. Trovo che tutte le definizioni che mi hanno dato fino ad ora siano molto calzanti. Ti spiego. La prima me l’ha data Laura Grimaldi sul domenicale del Sole 24 Ore quando scrisse: “Carrisi: è nata una stella nera” ed io, per omaggiare la Grimaldi, che è la madrina di tutti noi giallisti, mi sono tatuato una stella nera sul braccio. Sono stato anche definito “ il Fiorello della letteratura”  – cosa che mi è piaciuta tantissimo – perché quando presento i miei libri, negli auditorium come nei festival, lo faccio con delle performance multimediali con le quali faccio piangere ed impaurire il pubblico. Ma una definizione data ai miei libri che trovo straordinaria è: “spaghetti thriller”. Se pensi che con il termine “ spaghetti western” sono stati definiti i film western di Sergio Leone, che ha avuto il merito di prendere un genere cinematografico inventato dagli americani e farlo talmente bene che dopo di lui gli stessi americani non sono più stati in grado di fare western, allora come definizione mi va benissimo.

In una tua precedente intervista tu, “genio del male”, hai dichiarato di avere paura delle bambole che nell’immaginario, come nella realtà, sono legate ai bambini ad ai loro giochi. Come è possibile?

E’ vero. Ho il terrore delle bambole. Vedi per me non rappresentano un gioco per bambini ma la simulazione della vita e soprattutto della morte. Le bambole, per come le vedo io, sono dei piccoli cadaveri di plastica; cadaveri di bambini. Poi che vengano usate dai bambini per giocare va bene.

Parlando sempre di paura ma passando ad una domanda decisamente più banale, mentre lavoravi alla stesura del tuo secondo romanzo hai mai temuto che non saresti riuscito a portarlo avanti come volevi?

C’è sempre questa paura, questa lotta con sé stessi, è umano non credi? Una paura che aumenta quando sei sotto i riflettori ma che, allo stesso tempo, è una condizione indispensabile attraverso cui si passa e che da un sapore diverso, forse migliore, a ciò che fai.

Come scrittore ti è mai capitato di essere in conflitto con i tuoi personaggi, di rischiare di perderne il controllo?

Io non controllo i miei personaggi, li lascio vivere di vita propria. Io sono un loro strumento e mi piace vedermi come un narratore non come uno scrittore, che è ben diverso. Dal mio punto di vista per poter creare quella sorta di magia indispensabile per rendere una storia efficace, lo scrittore deve avere un ruolo secondario rispetto alla storia stessa.

Sei scaramantico?

Sì, sono scaramantico ma non superstizioso. Ritengo la superstizione una forma di egoismo come il non passare quando un gatto nero attraversa la strada ed aspettare che qualcun altro lo faccia.

Quali sono i tuoi gesti scaramantici?

Quando devo cominciare a scrivere un libro mi piace moltissimo perdermi in una cartolibreria e compro sempre prima la risma di carta con cui lo stamperò ed i post-it che mi serviranno per costruirlo.

In conclusione di questa nostra intervista e come ultima domanda – se così si può definire – puoi lasciare un saluto a noi Amanti dei Libri?

Io compro i miei libri in una piccola libreria, che si trova nel porto di una località pugliese, dove c’è questa signora bravissima che apre la sua attività dalle 18.00 alle 9.00 e li vende, sempre dopo averli letti, ai pescatori. I suoi libri, che vengono custoditi in questo negozio sul mare, odorano di salsedine e quando me li porto appresso e li apro avverto questo profumo che se sentito in riva al mare può risultare in alcuni casi sgradevole ma quando sono a chilometri di distanza da casa mi restituisce una parte di me e del mondo da cui provengo. Sai perché mi piace il nome Amanti dei Libri? Perché l’amore come lo intendo io, l’amore passionale, presuppone un rapporto fisico con il libro e quindi per me l’amante dei libri è qualcuno che con i libri deve avere un rapporto totale; ed è esattamente così che vi vedo: come i custodi di un’oscura passione. Quindi il mio saluto per voi è questo: “ ai custodi di quest’oscura passione va il saluto di un appassionato narratore”.

Leggi anche la nostra recensione de “Il tribunale delle anime”

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  • Elena Cartotto

    complimenti, un’intervista davvero bellissima con domande che riescono a catturare parte dell’anima di Carrisi. E dall’autore decisamentela la più bella definizione mai data de gli Amanti dei Libri: “custodi di un’oscura passione”. Touchè.

  • Pingback: Il tribunale delle anime – Donato Carrisi | Gli Amanti dei Libri()

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