A tu per tu con…David McCullough jr

david_mcculloughL’anno scolastico è da poco iniziato e come sempre problematiche di ogni genere si accavallano. Purtroppo si parla spesso di problemi economici e non di obiettivi educativi per una generazione che rischia di essere abbandonata a sé stessa, vittima delle illusioni che gli adulti hanno confezionato per loro.

Per insegnanti, genitori, ma anche studenti universitari una proposta di riflessione originale e interessante viene da David Mc Cullough, un professore americano che ha fatto parlare di sé per un video su YouTube visualizzato da due milioni di persone. E’ stato infatti lanciato in rete un discorso ai neodiplomati del suo college che ha sorpreso tutti, dicendo chiaramente ai ragazzi che “non sono speciali”. E lo fa con l’eleganza, il sorriso e l’energia del suo entusiasmo, mostrando un nuovo modo di guardare la realtà dei giovani. Garzanti ha portato in Italia il libro che contiene le sue riflessioni e l’abbiamo incontrato pochi giorni dopo il suo intervento al “Festival della mente” di Sarzana.

Dopo aver letto le sue pagine mi coglie un desiderio di portare il suo messaggio anche nel mio lavoro e incuriosisce.  Le sue parole mi hanno conquistato perché sono disincantate, oneste, forse scomode, ma per nulla pessimistiche. Le soluzioni per cominciare a cambiare lo stato delle cose ci sono, bisogna semplicemente avere il coraggio di coglierle e credo che l’ottimismo e l’entusiasmo siano necessari. Da dove partiamo?

Bisogna innanzitutto ascoltare i ragazzi e vedere cosa rispondono. In America si dice è il risultato che conta, non tanto ciò che si fa per ottenerlo. Se trovi di fronte a te dei ragazzi che stanno diventando indipendenti e sicuri di sé vuol dire che il sistema funziona. Se invece i ragazzi sono disinteressati, insicuri, occorre assolutamente correggere il tiro.

I ragazzi non decidono come essere allevati. Sono altri che lo fanno per loro. Abbiamo bisogno di adulti percettivi, disciplinati e questo porterà alla lunga ad ottenere grandi  risultati. 

Come si è arrivati secondo lei a questa situazione in cui i ragazzi sono spesso viziati, iper-competitivi ma pigri, incapaci di comprendere ciò che conta davvero?

Ci sono diversi fattori che hanno contribuito e che da soli magari sono trascurabili, ma insieme hanno creato un clima educativo distorto.

Innanzitutto questa idea della competizione feroce: i genitori vogliono vedere che i loro figli raggiungono il successo e gli altri genitori vogliono la stessa cosa. Però ci sono pochi posti disponibili e quindi i genitori hanno iniziato a prendere parte a questa competizione, cosa che prima non facevano ed è diventata una specie di corsa alle armi.

Un secondo problema è quello dell’eccessiva autostima che noi vogliamo che i nostri figli provino. Vogliamo che si sentano bene, siano soddisfatti e magari diamo loro dei compiti semplici per poi festeggiare in maniera esagerata i loro “successi”. Ormai ad esempio agli eventi sportivi viene data la medaglia anche semplicemente per aver partecipato!

Tutta questa situazione non è per nulla salutare in quanto darla sempre vinta ai bambini non è un buon modo per fare i genitori. I ragazzini devono imparare a fare senza determinate cose, a sentirsi dire dei no e a perseverare se non riescono a fare qualcosa perché così imparano ad affrontare le difficoltà: questo insegna l’importanza della dedizione. Il compito dell’insegnante dovrebbe essere quello di diventare irrilevante, cioè se si fa un buon lavoro i ragazzi devono raggiungere i risultati senza di noi. Ovviamente come padre è difficile fare un’affermazione del genere perché io non voglio che i miei figli diventino indipendenti da me, eppure è proprio così che deve essere!

Qual è la dote che va maggiormente sviluppata nei giovani?

Penso che i ragazzi debbano prima di tutto diventare brave persone e lo devono fare perché capiscono che è importante esserlo e non perché c’è un premio. Se il sistema d’istruzione è organizzato per sforzo e per premio noi insegniamo a cercare il riconoscimento quindi ad esempio i ragazzi andranno a calcio per vincere la coppa, non per stare coi loro amici e passare del tempo al sole. Magari qualcuno vorrà studiare fisica perché è interessato ed è questo che dovrebbero insegnare insegnanti e genitori.

Un altro problema è il rispetto delle regole…

Se le regole vengono imposte e viene sempre detto ai ragazzi come si devono comportare, questo toglie loro la capacità di essere indipendenti e brave persone spontaneamente. Se si impongono eccessive regole, norme e aspettative li fai sentire in prigione e loro cercano di fare cose sbagliate. Sono piccoli esercizi di sfida in cui impongono la loro personalità.

Nel suo libro mi ha molto colpito quando dice che i genitori stessi e i ragazzi sono incapaci di vivere nel presente, presi come sono ad immaginare di raggiungere importanti obiettivi nel futuro. Questo mi ha fatto pensare all’importanza della filosofia a scuola.

La filosofia è essenziale e io considero la letteratura vera saggezza insegnata con esempi ben fatti e ben scritti. Abbiamo una sola e breve vita da vivere  e per essere soddisfatti di ciò che si ha o si fa bisogna sviluppare una buona filosofia. La scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a godere di quel bel banchetto di esperienze che è la vita: ognuna delle materie è una metafora che i bambini capiscono a livello intuitivo e si applica ai piani della nostra esistenza. Inoltre non bisogna condizionare i ragazzi con le nostre aspettative: la giovinezza di ognuno è un tempo troppo prezioso per imporre dei desideri.

Lei apre anche un’altra riflessione interessante per chi si occupa di educazione e formazione: nella scuola ad attirare l’attenzione sono sempre i più bravi e i più scarsi, mentre spesso per chi sta nel mezzo non c’è molta considerazione.

Si tratta della cosiddetta “classe media” trascurata e siccome nella nostra società il successo è celebrato come un feticcio se i ragazzi non riescono a raggiungerlo si sentono dei perdenti ed è uno sviluppo della mente preoccupante perché ogni ragazzino conta, indipendentemente dal risultato che ottiene. Gli insegnanti che non si rendono conto di questo non dovrebbero nemmeno stare in classe. A volte “stare in mezzo” può essere un vantaggio perché non si hanno le aspettative dei migliori e quindi neanche le paure dei fallimenti,  però per chi ha bisogno di incoraggiamento diventa negativo. In un mondo ideale i ragazzi dovrebbero crescere nel conquistare da solo i loro obiettivi e ad amare il percorso più che il risultato.

Io ho quattro figli: il più grande, il più piccolo, la ragazza e poi c’è un altro che è in mezzo e so che dovrà affrontare prima o poi questa situazione. E’ il più indipendente, silenzioso introspettivo, ma è anche quello che mi ha fatto la foto contenuta nell’edizione americana del mio libro.

Dobbiamo fare attenzione a come crescono i nostri ragazzi e avere fiducia in loro!

Lei attribuisce una grande importanza ai libri e allo storytelling, esortando gli insegnanti a tirare fuori gli ingredienti nutritivi di una lezione tradizionale e combinarli per costruire una bella storia.

Gli esseri umani adorano le storie e tutti vediamo parti di noi nei personaggi, trovando esperienze che arricchiscono la nostra vita.

Leggere vuol dire mettersi nel mezzo di una situazione e immaginare di viverla, che è poi il modo migliore di imparare qualcosa: chi non si innamora con Romeo e Giulietta o non vuole combattere il cattivo Voldemort con Harry Potter?

Mi hanno chiesto perché non ho fatto un video al posto di un libro per raggiungere un pubblico giovane, ma io credo nei libri: restano il mezzo di comunicazione migliore.

Che ruolo riconosce alla tecnologia nella crescita di questi giovani che sono i nativi digitali?

E’ difficile dire ora che cosa accadrà con la tecnologia perché è qualcosa di totalmente nuovo e in continua evoluzione.  Quando pensi di avere capito qualcosa tutto è già cambiato. Troveremo prima o poi un modo più darwiniano di gestire la tecnologia perché è nel nostro modo di essere. Per ora dobbiamo semplicemente conviverci, facendo sì che i creativi lavorino su questi nuovi mezzi e intanto prenderci quello che ci è utile.

Se oggi posso essere qui a migliaia di chilometri da casa mia a parlare del mio libro lo devo ad esempio a tutti coloro che hanno creduto nell’aviazione, rimettendoci anche la vita.

Sono sicuro che arriveremo con la tecnologia ad una civiltà illuminata dove le idee vengono condivise a livello planetario.

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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