A tu per tu con… Daniele Cobianchi

Thomas Rimini, nella prima parte del libro, viene descritto come un ragazzo pieno di sè, con un forte “ego”, arrivista e, diciamolo, un pò odioso. Nella seconda parte del libro, invece, si scopre un Thomas Rimini più riflessivo, più vulnerabile e altruista. Quale delle due versioni piace più a Daniele Cobianchi? 

Thomas si trasforma gradualmente nelle pagine del romanzo. Si rende conto di aver sbagliato, prende consapevolezza della sua fragilità, e tutte le sue sovrastrutture crollano. Ed è proprio questo lato inaspettato della sua personalità a riabilitarlo nella storia. Io preferisco questo, più intimo e profondo, anche se mi diverte molto il suo goffo tentativo iniziale di mostrarsi come un duro, come ciò che non è, solo per mascherare le proprie debolezze.

Nel libro si fa riferimento alla Sindrome di Hugh Grant che colpisce inesorabilmente gli uomini suglia soglia della quarantina (e non solo ndr). Se dovesse scrivere un libro utilizzando come protagoniste solo donne invece che uomini, a quale tipo di “sindrome” si ispirerebbe?

Sceglierei Cameron Diaz, o Jennifer Aniston. Sono entrambe donne un po’ Hugh Grant, sia nei ruoli che interpretano al cinema sia nella vita reale. Ma in realtà La sindrome di Hugh Grant è un romanzo corale, dove sono certamente gli uomini a fallire, ma che mette in luce anche molti aspetti delle donne contemporanee e offre loro la possibilità di guardarsi da un punto di vista diverso, non esclusivamente femminile e solidale.

La sindrome di Hugh Grant, come dicevo, colpisce molti uomini sulla quarantina e non. Quali sono, secondo lei, le cause legate dietro questa maggiore vulnerabilità dell’uomo di mezza età?

La vulnerabilità della “mezza età” nasce dal confronto che si è portati a fare tra ciò che ci si aspettava dalla vita e ciò che si ha realizzato. “Era questa la vita che desideravo?” E poi si contano gli errori fatti negli anni precedenti, quelli nei quali tutto sembrava possibile e aggiustabile, e ci si accorge che quel che è fatto è, irrimediabilmente, fatto.

Thomas Rimini si sente il cappero della perfetta tartare di carne della fidanzata e sceglie di scappare dalle responsabilità e dai compromessi della vita matrimoniale per continuare ad alimentare il suo egocentrismo e la voglia di sentirsi sempre sulla cresta dell’onda e dire ogni mattina al mondo “ehi, come butta?!”

Anche questa tendenza di scappare dalla realtà e dalle responsabilità della vita da “adulto” è sempre più diffusa. Secondo Daniele Cobianchi per quale motivo avviene questo? Siamo di fronte ad una perdita lenta e graduale dei valori sani su cui dovrebbe fondarsi l’unione di due persone o cos’altro? Quali sono secondo lei i modi per invertire questo trend e tornare ad essere realisti e consapevoli di ciò che davvero vogliamo?

Credo che sia tutto meno complesso, e quella del cappero solo una metafora divertente. Il futuro spaventa, e rimanere nel presente forse è più confortevole. Quello che volevo trasferire con la mia storia non era tanto la superficialità del vivere anche nell’età adulta, ma il malessere di non riuscire a crescere. Thomas non scappa né dal matrimonio, né da Marcella; scappa da se stesso, dalle sue paure di uomo che non è autorizzato a mostrarsi in difficoltà. Fa un gran casino, e si rende conto di aver sbagliato fuori tempo massimo. Ma il tema generazionale è più ampio e coinvolge tutti; i single, gli sposati infelici, i separati. Ognuno infelice a modo proprio, tranne pochi e invidiabili. E’ il compromesso che frega, e la ricetta per la felicità e quella di riuscire a sottoscriverne sempre la minor dose possibile.

La crisi esistenziale che colpisce Thomas Rimini la potremmo definire “Freudiana” dal momento che, ad un certo punto della sua vita, si chiede chi è davvero e che cosa vuole veramente. Essere o Avere. Daniele Cobianchi come si pone di fronte a questo storico dilemma? (Nella recensione di questo libro abbiamo utilizzato questa frase “riuscire ad essere ciò che siamo per poter avere ciò che davvero desideriamo”)

Thomas fa un percorso personale profondo che rimette tutta la sua vita in discussione. la sindrome di hugh grant

Quello che era, quello che è, e quello che sarà. E tradendo ciò che è stato fino a ieri, o semplicemente non giustificando più certe decisioni che allora sembravano inconfutabili, si mostra finalmente nudo.

Questa presa di consapevolezza è il suo modo di diventare adulto che lo porterà finalmente a capire cosa vuole.

Nel libro si riporta spesso questa frase che rappresenta un pò il pensiero di Thomas Rimini fino alla sua crisi “Non bisogna mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa”. Domanda Marzulliana…Daniele Cobianchi preferisce non guardare mai indietro e tirare dritto al futuro o ogni tanto torna indietro?

Mi auto cito: “Tornare indietro è andare avanti se quella è la direzione.”

Molti giornalisti le hanno chiesto se il libro è autobiografico. Non le chiederò questo ma le chiedo se si sente Hugh Grant e se sì in che misura?

Questo è un libro che parla anche di me, appartengo a questa generazione, e mi ci ritrovo in tante cose. Non amo e trovo ridicolo il giovanilismo, come trovo ridicolo un certo tipo di conformismo compresa l’omologazione a certi modelli di felicità. Il personaggio di Hugh Grant che mi è piaciuto di più è Charles di “Quattro matrimoni e un funerale”. In quel ragazzo un po’ goffo e disorientato mi ci sono rivisto parecchie volte.

Ho anche visto che desidererebbe che il libro venisse trasportato nelle sale cinematografiche. Quale attore sceglierebbe come protagonista della “sindrome di Hugh Grant”?

Ci sono diversi interessamenti per una trasposizione cinematografica.Thomas Rimini potrebbe interpretarlo Luca Argentero, se prima però facesse un corso di antipatia.

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