A tu per tu con… Chiara Marchelli

Abbiamo avuto l’opportunità, insieme ad altri blogger, di conoscere Chiara Marchelli, nativa di Aosta ma trasferitasi negli USA nel 1999 e insegnante alla New York University. Con il suo ultimo libro risulta tra i 27 selezionati per il Premio Strega 2017, presentata da Elisabetta Mondello e Giorgio Van Straten.

“Le notti blu”, pubblicato da Perrone editore, è davvero un tuffo al cuore, una storia che indaga i rapporti familiari usando la cartina di tornasole di un dramma indicibile con cui confrontarsi. Larissa e Michele si conoscono da una vita, così come pensano di conoscere Mirko, il figlio che lascia gli Stati Uniti, dove è nato, per vivere in Italia e sposare Caterina: un colpo di fulmine che non hanno mai approvato pienamente. È una notizia terribile a rompere irrimediabilmente l’equilibrio che la coppia ha faticosamente costruito.

Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a trattare un argomento tanto crudo?

Il romanzo non è autobiografico, anche perché non sono una madre, però mi ha ispirato da vicino un fatto che è successo a persone molto care. E’ stato un dramma che mi è rimasto dentro per molto tempo e qualcosa ne dovevo fare. Il mio strumento di elaborazione è la scrittura, quindi ho iniziato a lavorarci; mentre lo facevo però non ho pensato a tutto questo, ho scritto e basta.

Tutto il testo è permeato da un’atmosfera di sospensione, che è molto adatta ad esprimere la situazione dei personaggi.

Anche questa è venuta naturalmente scrivendo. Ripensandoci forse ho cercato di fare attenzione a rendere in un certo modo questa situazione, ma sono ragionamenti a posteriori. Sicuramente volevo mantenere una certa discrezione: ho voluto trattare la tematica nella misura che ritenevo migliore per me, avendo molto rispetto per un dolore di questo tipo. Uno dei punti fondamentali è stato di conservare una distanza in modo che la storia parlasse da sé. Volevo che fosse poco definita, presentandola nel modo più oggettivo possibile. Ho praticato una forma di pulizia del linguaggio nel tentativo di essere essenziale. L’atmosfera si crea nel silenzio, piuttosto che nella descrizione della disperazione. Credo che sia anche la regola d’oro del narrare: mostrare anziché dire.

Layout 1Michele, da ricercatore, usa le regole della scienza, in particolare la teoria dei giochi per cercare di dominare un dolore che non riesce a gestire.

Tutti noi cerchiamo di contenere quello che non conosciamo, che ci spaventa e ci travolge e lui cerca di giustificare il dolore basandosi sulle formule scritte che ha studiato. Poi però si ribella, perché capisce che non c’è risposta. Michele e Larissa non capiscono più la vita: vogliono solo arrivare a fine giornata. A questo punto si verifica una rottura, ma anche una rinascita: dalla frattura irrompe la luce. Aggiungo anche che scoprire questa adesione tra teoria dei giochi e suicidio è stata una benedizione del punto di vista narrativo e mi ha aiutato a far procedere alcuni binari della storia.

È difficile scrivere del dolore perché può arrivare al lettore in modo distorto, lei invece è riuscita ad accompagnarlo senza inondarlo dall’emozione. Come si approccia di solito per poter trasmettere questa tematica?

Non sono capace di scrivere di felicità, di renderla intrigante. Penso che dal punto di vista artistico la sofferenza sia molto più interessante e narrativamente parlando ha un dinamismo assente nelle situazioni positive. Mi è molto caro a questo proposito l’incipit di Anna Karenina (tutte le famiglie sono felici allo stesso modo, ma ciascuna è infelice a modo suo, ndr): io vado a parare lì. Mi interessano le forme del dolore.

Nel suo racconto i personaggi sono più descritti attraverso quello che fanno e che dicono secondo la celebra regola della scrittura americana. Come li ha costruiti?

Non ho molta immaginazione, ma attingo a ciò che mi circonda. La narrativa ha molto di autobiografico e per essere un buon scrittore devi essere eccellente osservatore. Ho costruito i miei protagonisti nutrendoli a mano a mano che li descrivevo, poi hanno assunto al loro personalità che ho cercato di seguire. Dacia Maraini ha molto insistito su questa autonomia dei personaggi e io mi ci riconosco: i personaggi si svelano piano piano.

I dialoghi in particolare ci sono parsi veritieri e autentici.

Mi fa piacere. Il rischio nella scrittura di un dialogo è quello di far parlare tutti allo stesso modo e io mi dedico molto a dare voce a ogni personaggio in modo differente.

Dato che vive negli Usa sente di avere avuto un forte influsso della letteratura nordamericana?

Nello stile di sicuro. Quello che a me piace di tanta letteratura anglosassone e francese è l’essenzialità. La vicenda che racconto invece è molto italiana: io vivo negli USA, ma non sono nata lì e le pulsioni della storia americana e della vita delle metropoli non le sento dentro di me: sarei ridicola se tentassi di riprodurle. Mi piace molto Jennifer Egan, perché scrive storie non dolciastre.

Crede che il tempo non possa guarire le sofferenze?

Non è impossibile, ma in questa specifica storia non può nulla per Michele e Larissa, che hanno perso per sempre la possibilità di essere genitori. E’ una situazione talmente innaturale che non esiste una parola per definirla. Un figlio senza genitori è un orfano, ma un genitore che ha perso un figlio cos’è?  Caterina, la vedova di Mirko, ha speranze: è giovane e la vita le offrirà nuove occasioni.

Che rapporto ha con la fatica della scrittura?

Quando sento che il mio libro sta finendo provo un po’ di sollievo, ma sono anche dispiaciuta perché mi piace la routine della scrittura. Questo libro è stato molto faticoso fino all’ultimo: scrivere “L’amore volontario” è stato più doloroso, ma più facile. Per fortuna ho accanto a me Andrea Cecchi, mio primo lettore e consigliere. È un creativo straordinario. Io gli espongo dall’inizio l’idea con la suddivisione dei capitoli e lui è molto rispettoso del mio lavoro e cammin facendo se qualcosa non gli piace non ha problemi a dirmelo. Trovo comunque che si è sempre da soli a scrivere.

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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