A tu per tu con… Cathy Haruf

Una settimana fa a Milano, all’incontro con Cathy Haruf per la presentazione del sorprendente “Le nostre anime di notte”, pubblicato dalla NN Editore c’eravamo anche noi. Seduti attorno a un tavolo, nell penombra di una sala del Teatro Franco Parenti, si è subito instaurata una comunicazione profondamente intima, che era anche presenza di Kent nelle parole, nei gesti e negli sguardi di chi gli è stato vicino per una vita, in un legame intimo e solido.

Nelle opere di Kent Haruf sembra di cogliere una certa influenza della letteratura europea, soprattutto nell’indagine del rapporto tra città e campagna. E’ così?

Mio marito non leggeva molta fiction mentre scriveva, per non lasciarsi inflenzare dallo stile di altri autori. In generale come autore europeo prediligeva Cechov, ma era maggiormente influenzato dalla letteratura americana, in particolare da Faulkner.

Leggendo i libri di Haruf si ha la sensazione che costituiscano una sorta di contrappunto alla letteratura di questi tempi, spesso cinica, crudele, sarcastica.

Kent era interessato alla natura umana, si calava nei panni delle persone e soffriva molto delle loro angosce; raccontava eventi che tutti noi in qualche modo condividiamo e non giudicava mai i suoi personaggi, nemmeno quelli negativi: riteneva fossero tali in base alle loro cicatrici. Per crearli partiva da un’emozione poi crescevano dentro di lui in ogni dettaglio: anche se erano inventati nascevano sempre da qualche luogo dell’anima.

I suoi romanzi sono tutti ambientati nella contea di Holt, nelle pianure del Colorado. Potrebbero essere ambientati altrove?

Credo di no: Kent guardava sempre tutto, ogni minimo dettaglio e lo annotava sul suo taccuino. Diceva di essere bloccato a Holt, ma non certo in senso negativo. Pensava alle persone che attraversavano le asciutte pianure come un passaggio necessario per raggiungere le montagne e gli dispiaceva che non riuscissero a cogliere l’intensa bellezza di questo paesaggio.

In questo ultimo libro ci sono molti dialoghi, mentre negli altri veniva lasciato parecchio spazio ai silenzi. Sa spiegarcene il motivo?

Non è un libro autobiografico anche se ci sono molti elementi che lo sono; mio marito era una persona introspettiva, con un’intensa vita interiore. Tutto ciò probabilmente era dovuto al fatto di essere nato con il labbro leporino; fino a quando, crescendo, non ha potuto nasconderlo con i baffi per lui è stato un ostacolo nelle relazioni, ma gli ha consentito di acuire la sua sensibilità. Lui stesso diceva che era stato un meraviglioso strumento per mettersi nei panni degli altri. Era un meraviglioso ascoltatore e amico, interessato alle storie degli altri. 

Quali erano le abitudini di scrittura di Kent?

Mio marito scriveva in un capanno, con indosso un berretto calato sugli occhi perché voleva immaginare le scene e non essere distratto dalla forma, di cui si occupava in un secondo tempo. Usava la macchina da scrivere con una speciale carta gialla e faceva cinque stesure, poi io gliele trascrivevo al computer.  Ci metteva sei anni per scrivere un libro, tranne per quest’ultimo. Sapendo di avere poco tempo a disposizione ha scritto un capitolo al giorno. Era molto metodico e lavorava tutti i giorni, anche quando sentiva di non aver nulla da dire. 

 Com’era Kent nella vita privata?

Era timido, ma al tempo stesso popolare a scuola tra colleghi e studenti perché divertente, con un grande senso dell’umorismo e sempre disponibile. Era una persona autentica, non ricoperta da un guscio: questo gli altro lo sentivano e spesso si confidavano con lui. Era calmo e tranquillo, tranne quando guardava le partite di football del Denver Colorado: si trasformava in un pazzo scatenato e io gli dicevo sempre: “Se vai avanti così finirai all’inferno!” (ride). Nella coppia dava molta importanza al dialogo: parlavamo moltissimo, ci dicevamo ogni cosa senza attaccarci. Anche prima di morire mi disse che non aveva nulla da confidarmi ancora, era senza rimpianti. E questo perché tra di noi eravamo molto aperti: credo sia un valore fondamentale della vita insieme.

 

 

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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