A tu per tu con…Bruno Arpaia


Bruno Arpaia
, giornalista e scrittore italiano, entra nel vivo della questione dell’inquinamento ambientale con il suo ultimo romanzo Qualcosa, là fuori. Una visione cruda e reale di quello che potrebbe accadere nel nostro futuro.

Iniziamo con il parlare del titolo del tuo libro, Qualcosa, là fuori. Puoi spiegarcelo tenendo conto che il tuo romanzo predispone che là fuori non sia rimasto più nulla.
Inizio col dire che questo titolo vuole essere anche un omaggio a Enrico Bellone che si occupa del cervello e di come questo percepisce la realtà, considerando che il protagonista del mio libro è un professore di neuroscienza mi sembravano in un certo modo legati. In secondo luogo al di fuori di noi sta succedendo qualcosa di incontrollabile, credo che questa sia una situazione davvero inquietate, così come il titolo che ho scelto.

L’ambientazione del romanzo è anch’essa molto inquietante,  vediamo un mondo devastato dai cambiamenti climatici generati dall’uomo. Ma tu credi che questo possa essere il nostro futuro?
Purtroppo tutti gli scenari terribili che descrivo non sono scenari futuristici o immaginari, sono basati su dati scientifici di un mondo molto probabile. È un mondo terribile che però esiste già, molti scenari che nel libro spaccio come futuristici in realtà stanno già accadendo nel mondo. Ad esempio la siccità in California è di oggi, dati che a me personalmente mi hanno allarmato molto.

Non è il primo romanzo che vediamo in libreria mette l’uomo di fronte alle conseguenze delle sue azioni, in cosa però il tuo è diverso?
Immaginare degli scenari possibili è facile, è un po’ più difficile raccontare di scenari probabili. Questo necessita di uno studio attento, ho messo a confronto molti rapporti scientifici per capire perfettamente dove il nostro comportamento ci sta portando.

Ma questo romanzo non è solo una forte denuncia nei confronti dell’uomo, è anche la storia di Livio, un uomo devastato così come il nostro pianeta, che però decide di iniziare un dantesco viaggio infernale, quali sono le motivazioni che lo spingono a farlo?
La prima ragione per cui tutte le persone decidono di migrare verso nord sono le tragiche premonizioni degli scienziati, che sostengono che tutte le nazioni vicino al circolo polare artico avranno condizioni climatiche più favorevoli di oggi, al contrario delle nostre zone che subiranno processi di desertificazione. Il protagonista è un professore di neuroscienze con una cattedra a Stanford da cui osserva tutti questo sgretolamento del mondo, quando torna in Italia però perde tutto e nonostante ciò si imbarca in quest’immigrazione. Per questo io credo che più che un libro apocalittico sia un libro di speranza, la speranza di un uomo che nonostante l’età, ritrova tutto quello che aveva perso.

Un racconto molto crudo e reale che suona più come un grido d’allarme che una cupa profezia del futuro: quali reazioni speri di generare nel lettore alla fine del tuo libro?
Il problema è che il dibattito scientifico sul cambiamento climatico è difficile da seguire perché gli stessi scienziati sono in disaccordo tra di loro. Inoltre credo che questo sia un problema talmente grave e talmente incombente che per risolverlo dovremmo pensare solo a quello tutto il giorno tutti i giorni, però la vita quotidiana ce lo impedisce. Per questo ho pensato che raccontare storie è la forma più antica per trasmettere esperienze, per cui vivere tramite i miei personaggi può renderci più consapevoli.  D’altronde siamo portati a imparare meglio se i concetti riescono a legarci alle emozioni, ecco perché raccontiamo storie.

Perché hai deciso di scrivere questo romanzo, ma soprattutto quanto studi e quanto tempo ti ci è voluto?
Questo paradossalmente è il primo romanzo che scrivo quasi di getto in due riprese di 3 mesi e 3 mesi, avevo in testa da moltissimi anni l’immagine di questa massa di gente che si muoveva. Un giorno l’ho associata al caso del cambiamento climatico è praticamente nata la storia. L’ho scritto perché per me il problema del riscaldamento globale è un problema enorme, per volevo viverlo io attraverso la scrittura per poi trasmetterlo ai miei lettori. Questo credo sia davvero l’unico modo per avvicinarsi senza paura a questo problema che ci distruggerà se continuiamo a fare nulla.

Cosa credi che si possa fare per evitare il peggio?
Bisogna iniziare ovviamente nel nostro piccolo, limitando i consumi, però bisogna tener presente che sono solo palliativi perché il grosso dell’inquinamento non viene da li. Bisognerebbe fare in modo che i nostri governi incentivino le ricerche andando oltre gli interessi economici che ci sono dietro. So che questo potrebbe sembrare un’utopia, però è un problema talmente grande che solo un governo mondiale può aiutarci.

0

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?