A tu per tu con…Aldo Nove

aldo noveAl Salone del Libro abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro stand il poeta e scrittore Aldo Nove.

Il piccolo Antonello, suo alter ego, è il protagonista del suo nuovo libro. Niente di cui stupirci, dato che l’autore (che in realtà si chiama Antonio Satta Centanin) si è cimentato da sempre con l’autobiografia, sia attraverso i  corsi di scrittura sia con il  racconto della sua storia tormentata e dolorosa nel romanzo “La vita oscena”, uscito nel 2010.

In questi giorni è in uscita nelle sale il film, girato da Renato De Maria, presentato al Festival di Venezia nel 2014. Che caratteristiche ha questa trasposizione cinematografica?

Di questo film ho scritto la sceneggiatura e sono stato entusiasta di lavorare con Renato De Maria, che ha girato “Paz”, lo splendido documentario sulla vita di Andrea Pazienza e che ritengo uno dei migliori registi italiani.  Isabella Ferrari ha il ruolo di mia madre, mentre l’attore francese  Clement Metayer interpreta me.

E’ una rivisitazione visionaria, onirica e fumettistica del mio romanzo. Non ha calcato sul registro del negativo e se all’inizio era stato vietato ai minori di 14 anni ora è stato reso libero.

Un bambino piangeva” (Mondadori), il suo ultimo libro, è un percorso lirico  alla ricerca delle origini che mette in relazione due bambini: il primo che ha vissuto in un passato recente e l’altro che proviene da un mondo remoto. Entrambi si muovono in una terra affascinante e misteriosa, la Sardegna, e sono accomunati dal dolore, ma anche dalla speranza.

Lei ha anche dichiarato in un’intervista che  “Le storie vengono da un posto lontano dove siamo già stati”

Quando si cercano le proprie origini si va in qualche modo alle origini dell’umanità. Questo io e questo noi si incontrano dove la memoria non c’è più. Nessuno infatti può ricordarsi il momento della nascita e anche le origini dell’umanità sono confuse.

Io da bambino passavo le estati in Sardegna: ho bellissimi ricordi, ma essendoci andato per la prima volta a due anni non so quando hanno inizio. Così, anche studiando le origini della Sardegna si sa che c’erano dei popoli nativi che costruivano i nuraghe, di cui sappiamo davvero poco. Solo molto tempo dopo sono arrivati i Fenici, i Romani e molti altri.

Antonello, che rappresenta lei da bambino, viene messo in relazione con Saltaro, un ragazzino figlio di una stirpe antica che abitava la Sardegna prima dei conquistatori. Cosa ha prestato di lei a questo personaggio?la vita oscena

Anche in questo libro, come ne “La vita oscena” c’è un movimento verso la salvezza, come quello di Dante nella Divina Commedia. “Pass through the fire to the light” cantava  Lou Reed, che è a mio avviso il maggior poeta del rock insieme a Bob Dylan e Leonard Cohen.

Il bambino minacciato in un periodo molto violento da un popolo invasore cerca rifugio in una casa delle fate,  le “Domus de Janas” e aspetta che succeda qualcosa di positivo.

Qual è la qualità più importante di cui sono portatori i bambini?

Nella cultura tantra viene detto che lo yoga è stupore. Una qualità fondamentale del bambino è quella di stupirsi ed è una dote molto preziosa che non dovremmo perdere mai. Da adulti si fanno i figli anche perché attraverso di loro si riesce ad avere quello sguardo di meraviglia sul mondo che si perde con l’età:  ci si  abitua e non si vive più l’esperienza diretta, ma il ricordo di situazioni analoghe. Ho scritto un libro su San Francesco  perché mi affascinava la sua visione assoluta e primordiale, al di là del significato religioso. Lui viveva uno stato di costante meraviglia.

Lei paragona i nuraghe agli ipermercati moderni. Quale significato ha questo paragone?

E’ la nostra mente che pensa e che parla, facciamo delle ipotesi. In realtà dei nuraghi non si sa nulla. Prima si pensava fossero fortezze, ma con ogni probabilità erano luoghi in cui ci si trovava con la comunità: questo mi ha fatto pensare a questi punti dove convergono le persone, che si ritrovano in ogni cultura.

Perché per lei è fondamentale narrare se stessi?

Semplicemente perché non se ne può fare a meno: uno scrittore racconta se stesso oppure quello che vede o che ritiene degno di interesse attraverso i suoi occhi. Qualunque scrittura è autobiografica perché inevitabilmente il medium, chi fa da tramite, è l‘autore stesso che si porta appresso la sua storia.

Veniamo ai libri: lei dice provocatoriamente che quelli più famosi sono quelli che non si leggono: la Bibbia, il Capitale e la Recherche di Proust .

In effetti dei tre che ho citato il più accessibile resta Proust ed è curioso che quest’anno alla Biennale di Venezia abbiano deciso di inserire la lettura del Capitale, che è terribilmente complesso. La Bibbia poi è un intricato insieme di racconti, scritti in epoche molto diverse. Nonostante questo diventano simbolici, anche perché se ne prendono dei pezzettini e si  lavora su essi. L’insieme però sfugge completamente.

Ma che rapporto ha con la lettura?

Vedo che un vostro motto è “Gli amanti dei Libri non vanno mai a letto da soli”. Ecco: io nasco con i libri, vivo con i libri e me ne porto a letto cinque o sei alla volta, insomma ci faccio le orge!

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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