A Mumbai la rivoluzione inizia dai libri

In India gli intoccabili (li chiamano Dalit) vivono ancora ai margini della società e subiscono violenze e orrori quotidiani. Ogni settimana 21 donne Dalit vengono violentate, 5 case Dalit vengono bruciate e 13 Dalit vengono uccisi. Tutto succede nella quasi indifferenza generale. Qualcosa però sta cambiando. Un cambiamento lento, più culturale che politico, una consapevolezza crescente che qualcuno, in India, comincia a paragonare alle rivolte dei neri in Usa nel secondo dopoguerra. Questa rivoluzione silenziosa ha trovato il suo strumento più potente nei libri. L’hanno già soprannominata “letteratura Dalit”. Anand, fondatore di “Navayana”, una casa editrice anti casta, dopo più di 10 anni di attività dice che il modello di business di questa particolare forma di editoria è più che sostenibile. Il “libro strano”, dice, arriva a vendere anche 10mila copie. Un successo per una forma di letteratura non commerciale.

La presenza di voci Dalit non è nuova, e nonostante le punte di eccellenza del passato il lavoro Dalit adesso sta vivendo un momento di nuova vitalità, una fase di rinascita. E’ il caso di Ajay Navaria, uno scrittore che è stato anche già tradotto e pubblicato all’estero. Tra gli altri, Navaria ha scritto “Unclaimed Terrain”, sulle realtà rurali e le atrocità che spesso rendono drammatica la vita degli intoccabili nelle vaste campagne indiane. “La nuova generazione di scrittori Dalit”, spiega Anand, “viene dalle città, e gli scrittori urbani, come Navaria, affrontano in modo diverso il tema delle violenze e dell’ingiustizia. Potranno pertanto dare alla protesta una nuova forza e un nuovo fascino”.

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